Il figlio che non arriva potrebbe essere colpa (anche) della plastica
di Andrea Urbani
Tra i filoni di ricerca sulle cause dell’infertilità emerge quello che porta sul banco degli imputati le micro e le nanoplastiche, che dall’ambiente arrivano fin dove dovrebbe originarsi una nuova vita umana. Come ci spiega uno studioso dell’Università Cattolica di Roma

Che fine hanno fatto i mattoncini di plastica con cui siamo cresciuti? Quelli consumati, morsi per separarli, poi gettati senza troppe domande. Il gioco finiva, la vita della plastica continuava. Una parte di quella dispersa nell’ambiente si spezza in frammenti sempre più piccoli, raggiunge acque e suoli, entra nella catena alimentare. E torna a noi. Nel cibo, nell’acqua, persino nell’aria che respiriamo. Quanto ne arriva dentro il nostro organismo?
Non abbiamo ancora una risposta definitiva. Uno studio pubblicato nel 2025, condotto su campioni prelevati durante autopsie, ha riportato valori mediani di circa 0,4 milligrammi di materiale plastico per grammo di tessuto nel fegato e nel rene, e quasi 5 nel cervello. Sono risultati che colpiscono, ma non consentono di calcolare quanta plastica ci sia complessivamente in ciascuno di noi.

Per farlo servono misure più estese e confrontabili. Il punto, però, è già chiaro: la ricerca su questi contaminanti riguarda anche ciò che accade dentro il nostro corpo. Parliamo di microplastiche, frammenti inferiori a cinque millimetri, e di nanoplastiche, ancora più piccole: secondo una definizione comune, sotto un millesimo di millimetro. Dimensioni difficili da immaginare, che rendono anche complesso individuarle e misurarle. Le incontriamo soprattutto attraverso alimenti, acqua e aria.
Anche gli imballaggi e le lavorazioni alimentari possono contribuire al loro rilascio, per esempio durante il riscaldamento e alcuni trattamenti di conservazione.La domanda successiva è inevitabile: che cosa fanno, una volta entrate? Particelle plastiche sono state rilevate nel sangue, nella placenta, nei polmoni e in diversi organi, compreso l’apparato riproduttivo.
Qui il tema diventa particolarmente delicato: possono interferire con la possibilità di avere un figlio? Le prime ricerche offrono segnali da approfondire. Nel liquido seminale sono state trovate in studi condotti sia in Cina sia in Italia, con percentuali diverse a seconda dei campioni e dei metodi utilizzati. Alcuni lavori hanno osservato, in presenza di determinati polimeri, una minore capacità degli spermatozoi di muoversi. Ma trovare insieme due fenomeni non significa aver dimostrato che uno provochi l’altro.
Anche sul versante femminile emergono nuove domande. Microplastiche sono state identificate nel liquido follicolare, l’ambiente che circonda e sostiene l’ovocita durante la sua maturazione. Alcuni studi hanno segnalato associazioni tra concentrazioni di specifici polimeri e minori tassi di fecondazione; altri non hanno riscontrato legami con gli esiti riproduttivi. Le persone studiate sono ancora poche e le tecniche di analisi differenti. Possiamo quindi parlare di possibili interferenze da indagare, ma non affermare che queste particelle causino infertilità.
C’è poi un passaggio meno conosciuto, ma decisivo. Dentro l’organismo una particella può cambiare “volto”. Sulla sua superficie si depositano proteine, grassi e altre molecole, formando un rivestimento chiamato biocorona. È questa nuova superficie a entrare in contatto con le cellule e le difese immunitarie. Per comprenderne gli effetti, dunque, non basta sapere di quale plastica sia fatta: contano anche dimensioni, forma e ciò che raccoglie lungo il percorso. Quando parliamo di fertilità pensiamo all’età, alla genetica, agli stili di vita.
Ora dobbiamo allargare lo sguardo: quanto dell’ambiente arriva fino ai luoghi in cui comincia una nuova vita? La scienza chiama “esposoma” l’insieme delle esposizioni che ci accompagnano, attraverso aria, acqua, alimentazione, lavoro e prodotti di uso quotidiano. È qui che la fertilità incontra la prospettiva One Health: la salute delle persone, degli animali e dell’ambiente appartiene allo stesso sistema. Ciò che disperdiamo nell’ambiente può tornare a noi. Capire con quali conseguenze significa occuparci anche del nostro futuro.
Andrea Urbani è presidente del corso di laurea in Farmacia e direttore della Scuola di specializzazione in Biochimica clinica e Patologia clinica all’Università Cattolica di Roma
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