Fine vita: attenti a leggi che tradiscono la dignità di chi soffre

di Vittorio Franciosi
L’oncologo: stando accanto ai pazienti si capisce cosa gli occorre veramente. E si coglie il rischio che la politica, nella costruzione di nuove regole, perda di vista la vera pietà umana: che non è attrezzare scorciatoie ma l’ascolto della sofferenza
February 3, 2026
Fine vita: attenti a leggi che tradiscono la dignità di chi soffre
Le persone ammalate mi insegnano che la sofferenza è «soggettiva», unica e ingiudicabile; che il dolore «totale» – fisico, psicologico, sociale e spirituale – e i “sintomi refrattari” possono essere alleviati dalle cure palliative; che buone relazioni di cura e affettive rendono la sofferenza più sopportabile; che la richiesta di essere «aiutati a morire» è fluttuante, e rappresenta un disperato appello ad essere «aiutati a non soffrire». E ho imparato che la dignità ha la forma, i contorni e i colori unici della singola persona, piuttosto che quelli – bianchi o neri – urlati nei talk show.
La dignità umana, principio cardine della nostra Costituzione, è sempre stato un valore divisivo nel dibattito sul fine vita, e deriva, per taluni, dal principio dell’indisponibilità assoluta della vita, per altri, dal principio dell’autodeterminazione dell’individuo.
Le storie di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby hanno posto delle domande sul senso della dignità umana da cui sono scaturite due leggi sulle cure palliative e il fine vita – 38/2010 e 219/2017 – in grado di offrire, se fossero applicate, una buona risposta ai bisogni della maggior parte delle persone ammalate.
La vicenda drammatica di Fabiano Antoniani (dj Fabo), accompagnato in Svizzera e aiutato a morire da Marco Cappato, portò alla ribalta, in Italia, il suicidio assistito, e indusse la Corte costituzionale, in assenza di una legge al riguardo, a pronunciare la storica sentenza 242/2019 e il giudizio di non punibilità dell’aiuto al suicidio, limitatamente alle situazioni di persone capaci di intendere e di volere, affette da una malattia irreversibile, causa di sofferenze fisiche o psichiche intollerabili e dipendenti da sostegni vitali.
Con la sentenza 242/2019 e le seguenti – 135/2024, 66/2025 e 132/2025 – la Corte ha cercato di bilanciare, senza contrapporli, i principi dell’autodeterminazione e della tutela della vita contestualizzandoli in specifiche circostanze. In realtà, il bilanciamento ha scontentato un po’ tutti ricevendo due vigorose reazioni: la prima, nel 2021, con la proposta di un referendum abrogativo dell’articolo 579 del Codice penale; la seconda col disegno di legge (ddl) “Modifica all’articolo 580 del Codice penale e ulteriori disposizioni esecutive della sentenza n. 242 della Corte costituzionale del 22 novembre 2019”, proposto dal Governo, al vaglio delle Commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato il 17 luglio 2025 e in attesa della discussione in aula.
In generale, non sono convinto dell’utilità di una legge sul suicidio assistito e anzi ritengo illusorio riuscire ad assicurare chiarezza, uguaglianza e uniformità ai criteri individuati dalla sentenza. Non escludo però che, per arginare il regionalismo dell’assistenza sanitaria al suicidio assistito aperto dalle iniziative delle Regioni Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna, si arrivi a una legge nazionale già in questa legislatura. Spero che una tale legge si discosti dall’attuale ddl, che, pur richiamandosi alle disposizioni esecutive della sentenza 242/2019, a mio avviso ne stravolge il senso. Nell’articolo 1 il sacrosanto principio dell’indisponibilità della vita, viene assolutizzato a un livello biologico, che la stessa dottrina della Chiesa non afferma, negando il diritto decisionale della persona sulle scelte che la riguardano garantito dalla Costituzione e ribadito dalla legge 219/2017 e dalla sentenza 242/2019.
Il ddl si scosta dalla sentenza anche nell’art.2, dove ri-denomina due requisiti per la richiesta del suicidio assistito. Da “trattamenti di sostegno vitale” a “trattamenti di sostituzione di funzioni vitali”, e da “sofferenza insopportabile fisica o psicologica” a “sofferenza insopportabile fisica e psicologica”, con differenze concettuali e pratiche enormi.
Desta molta perplessità anche l’art.4, che istituisce un unico “Comitato nazionale di valutazione” di nomina governativa, espressione della maggioranza politica, che, come affermano Paolo Zatti e il Gruppo “Per un Diritto Gentile”, «compromette radicalmente la possibilità di garantire una presa in carico personalizzata, tempestiva e rispettosa delle specificità di ogni singola situazione clinica ed esistenziale».
Infine, il ddl si scosta molto dalla sentenza 242/2019 dove dice che «il personale in servizio, le strumentazioni e i farmaci di cui dispone a qualsiasi titolo il Servizio sanitario nazionale (Ssn) non possono essere impiegati...» senza chiarire chi possa eseguire la procedura del suicidio assistito. L’esclusione del Ssn e le opacità nella procedura aprirebbero la strada a una privatizzazione del fine vita, porterebbero a una diseguaglianza, anche di carattere economico, nella richiesta del suicidio assistito e ridurrebbero la garanzia di prevenire abusi nei confronti delle persone ammalate e vulnerabili.
Se si arriverà a una legge nazionale, spero che sarà il frutto di un’approfondita discussione etica – e non partitica – che preveda le conseguenze sia della negazione che dell’assolutizzazione dei valori in gioco partendo dalla sofferenza reale delle persone. Auspico che sia ispirata allo stile dell’introduzione del documento “Dialogo sul suicidio medicalmente assistito” del “Cortile dei Gentili”, che dice: «Ci ha unito il rispetto degli uni per i principi degli altri, e quindi il rispetto da un lato per l’indisponibilità della vita, dall’altro per l’autodeterminazione. Ma ciò che ci ha consentito di procedere in una ricerca comune non è stato il tentativo di metterli teoricamente d’accordo. È stata la comune volontà di non metterli esplicitamente in campo davanti a circostanze nelle quali dominante era ed è per tutti noi un fortissimo e fortemente condiviso fattore comune: la pietà umana che è insieme sentimento di solidarietà e fonte di azione solidale».
Vittorio Franciosi è medico oncologo del Comitato etico Sperimentazioni cliniche Area vasta Emilia Nord e presidente del Centro di Bioetica “Luigi Migone” di Parma

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