L’autodeterminazione? Se si chiede di vivere, per la Corte europea non vale niente

Il caso francese di un uomo privo di coscienza dopo un incidente, e che un tribunale ha deciso di far morire contro la sua volontà espressa con testamento biologico, vede la Cedu dare torto alla famiglia che chiedeva solo il rispetto della domanda di vivere
February 5, 2026
L’autodeterminazione? Se si chiede di vivere, per la Corte europea non vale niente
La Corte europea per i diritti dell'uomo a Strasburgo
Un uomo investito rimasto privo di coscienza e una famiglia che si aggrappa alle sue volontà lasciate per iscritto per difendere i propri diritti. Eppure, secondo la Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) quel desiderio di vivere non è stato sufficiente a fermare il via libera dei medici alla sospensione dei trattamenti. La sentenza della Corte di Strasburgo sul caso francese del paziente deceduto nel dicembre 2022 segna un confine nel dibattito bioetico europeo.
Poco più di tre anni fa, il 18 maggio, l’uomo è stato travolto in strada. All’arrivo in ospedale i sanitari accertano l'assenza di riflessi del tronco cerebrale e riscontrano gravi lesioni anossiche. Moglie e sorelle però rammentano le volontà anticipate del loro familiare che in un caso del genere voleva essere mantenuto in vita: si appellano all’autorità giudiziaria ma il Consiglio di Stato concede ai medici il via libera a sospendere i trattamenti di sostegno vitale.
La decisione della magistratura transalpina, che ha condotto alla morte dell'uomo pochi mesi dopo l’incidente, il 16 dicembre, rientra nei casi definiti dalla legge francese che autorizza i medici a ignorare le direttive anticipate del paziente quando queste «appaiono manifestamente inappropriate». Per i familiari però non è ammissibile che alle autorità dello Stato venga lasciato «un margine di discrezionalità eccessivo».
Ora giunge la decisione della Cedu, secondo la quale «la scelta operata dal legislatore francese rientra nel margine di discrezionalità di cui dispongono gli Stati per decidere i criteri da prendere in considerazione, ma anche il modo di ponderarli al fine di garantire un giusto equilibrio tra gli interessi concorrenti in gioco». I giudici hanno stabilito che «il quadro legislativo della Francia è compatibile con i requisiti dell’articolo 2» della Convenzione europea dei diritti umani, «che protegge il diritto alla vita, anche per quanto riguarda la facoltà dei medici di non seguire le direttive anticipate del paziente». I togati evidenziano inoltre che il processo decisionale e collegiale dei sanitari ha tenuto conto non solo delle volontà espresse dall'uomo ma anche delle opinioni espresse dai familiari, nel rispetto dei requisiti dell'articolo 2.
La sentenza costituisce un precedente per tutti gli Stati aderenti al Consiglio d'Europa (del quale la Cedu è espressione), fra i quali l’Italia, in casi analoghi, dove cioè la legge che regola la materia sia equiparabile.
Sulla questione Domenico Menorello, avvocato, membro del Comitato nazionale per la Bioetica e portavoce del network associativo “Ditelo sui tetti, evidenzia come questa pronuncia colpisca il cuore stesso dell'identità europea: «Verrebbe da chiedersi di quale Europa sia giudice questa Corte. Non di quell'Europa culla della civiltà della cura, che ha mostrato nei secoli la bellezza nella vita fragile. Almeno questa sentenza sembra svelare il trucco: dietro il mantra dell'autodeterminazione (che in questo caso non vale) c'è la pretesa antropologica di giudicare senza valore una vita perché fragile, perché impossibilitata ad avere successo, nel senso di saper produrre qualcosa. Se, come ha profetizzato Chesterton, vanno ”“sguainate le spade per dimostrare che le foglie sono verdi,” si dovranno fare leggi in cui dire e ribadire che la vita va curata sempre, perché sempre ospita una domanda di senso che le dà dignità infinita in ogni istante».

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