Filippo Boscia, 80 anni di "medicina delle emozioni"
Nella sua lunga attività di ginecologo ha fatto nascere oltre 40mila bambini, anche nelle condizioni più difficili: «Il miracolo della vita è ancora sconosciuto». Ne parlerà domani sera in un convegno a Bari

Ottant’anni di vita, di cui sessanta dedicati alla “medicina delle emozioni”: la definisce così Filippo Maria Boscia, ostetrico ginecologo, la sua carriera professionale, che lo ha portato a far nascere più di 40mila bambini, anche nelle condizioni più complicate. In pensione da poco più di un decennio, è stato a lungo direttore del Dipartimento materno infantile per la salute della donna e la tutela del nascituro della Asl di Bari, nonché docente di Fisiopatologia della riproduzione umana all’Università di Bari. Per tre mandati, tra il 2012 e il 2024, è stato presidente dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci) e a lungo presidente anche della Società italiana di bioetica e comitati etici (Sibce). «La sua lunga esperienza professionale e il suo impegno culturale e civile – ricorda in un messaggio l’arcivescovo di Bari-Bitonto, Giuseppe Satriano – rappresentano una testimonianza preziosa di come scienza, coscienza e umanità possano e debbano camminare insieme». In coincidenza con il suo ottantesimo compleanno, Boscia terrà una relazione («Grembo materno, giardino di vita, di luce e di pace») domani sera a Bari al meeting “Prima i bambini, dall'amorevole nascita... verso i percorsi di vita” ispirato dal titolo del messaggio Cei per la 48ª Giornata nazionale per la vita, organizzato da Cristina Maremonti presidente del Cif (Centro italiano femminile) Metropolitano Bari, sua preziosa collaboratrice da 35 anni: «Si può dire – sottolinea – che quella del professor Boscia è stata una vita spesa in difesa della vita». Sui temi dell'infanzia parlerà Antonia Chiara Scardicchio, docente di Pedagogia all’Università di Bari; interverranno Antonio Uricchio, ex rettore della stessa università, e, in collegamento, la presidente del Movimento per la vita italiano, Marina Casini.
Cosa l’ha spinta a fare il medico ostetrico-ginecologo?
Ho un ricordo molto vivo di quella scelta. Vivevamo in un paese della provincia di Bari, e molte donne lavoravano duramente nei campi e nella raccolta delle olive. Molte gravidanze correvano seri rischi e molti bimbi morivano addirittura in utero. Mi madre era spaventata dalla mia scelta di iscrivermi alla specializzazione di Ostetricia e ginecologia, perché c’era una doppia responsabilità: verso le donne e verso i nascituri. Ma proprio questo suo richiamo alla responsabilità mi invogliò ad assumere un profilo professionale per indagare la verità del nascere, e per cercare di annullare i rischi. Ho avuto maestri illuminati il professor Luigi Carenza e il professor Franco Crainz, che mi hanno orientato sull’assistenza della gravidanze ad alto e ad altissimo rischio, un tempo piuttosto trascurate, perché si partoriva ancora in casa, senza le attrezzature e l’assistenza ora disponibili. Poi lo sviluppo scientifico e tecnico ci ha reso possibile quasi vedere e parlare con i bambini prima della nascita: una vera medicina delle emozioni. Anche se sono sorti problemi ulteriori.
A che cosa si riferisce?
Sia la gioia nelle condizioni del fisiologico svolgersi della gravidanza, sia quelle in tutte le condizioni di fragilità che talvolta si manifestano, sino a quelle situazioni in cui il limite tra vita e non vita è molto instabile. Ho sempre coltivato con fatica la responsabilità di accompagnare le mamme tra dubbi e speranze, tra paure e incertezze: l’impegno quotidiano impone una alleanza, un prendersi per mano. Per esempio, ho sempre sollecitato una condivisione del nome del bambino: non scricciolo o piccola pulce. E accompagnando le mamme, anche nelle situazioni più difficili, ho imparato a recitare una preghiera con loro. Rendendomi conto che, nonostante i problemi che talvolta possono accadere, e che ci obbligano a parlare delle malformazioni o delle difficoltà che il bambino potrà avere, il miracolo della vita è ancora sconosciuto. L’evoluzione tecnologica ci ha portato a sentire il battito cardiaco fetale, a vedere il bimbo nei suoi particolari. Ma ho imparato anche a essere prudente. Le società scientifiche impongono di dire tutta la verità, e certamente c’è il diritto delle mamme a essere informate. Tuttavia ho imparato che spesso non si può essere troppo crudi e netti. Ho una lunga esperienza di casi che dall’ecografia sembravano prevedere una diagnosi infausta e che poi grazie a un “riaggiustamento” delle cellule durante la gravidanza hanno portato alla nascita di bimbi sani.
Quanto hanno pesato i progressi nelle cure prenatali?
La scienza ha fatto molto, ma si corre il rischio di trascurare questi studi, perché c’è difficoltà ad affrontare le cure, le correzioni. Se si pensa solo al diritto al figlio sano, bello, eccetera, si rischia poi di non ammettere le imperfezioni. Mi sono trovato anche di fronte alle focomelie, cioè la mancata di uno o più arti: sono situazioni gravi. Pensavo che se mia figlia avesse perso un braccio in un incidente stradale, non l’avrei certo fatta morire. Ho sempre fatto discorsi affettuosi con le future mamme, cercando di far capire che anche una vita con disabilità è degna di essere vissuta. Oggi il bimbo può essere curato anche in utero per molte problematiche, per esempio cardiologiche. Le gestosi le abbiamo risolte con l’aspirina, si curano le incompatibilità di sangue materno-fetali, anche le talassemie ora hanno cure un tempo impensabili. Non tutte, ma una quota di mamme ha capito che quando salviamo una vita, salviamo l’umanità intera: è quanto ho sempre amato e rispettato nella mia vita professionale.
Come vede il futuro della medicina materno-infantile?
La medicina nel suo avanzamento tecnologico deve riprendere uno sguardo antropologico e filosofico che ci ricordi che siamo umani. Riflettere sul fatto che il grembo materno non racchiude soltanto il feto, ma un prodigio, un mistero celato. Oggi a guastare il rapporto medico-paziente è la medicina difensiva, perché induce a non prendersi le responsabilità per paura di guai giudiziari. Mi ricordo i timori dei miei studenti universitari in proposito. Ma anche di fronte a malattie ineluttabili, dobbiamo cercare di far comprendere ai genitori il diritto dei bimbi a nascere. La scienza ci mette nella condizione di avere più conoscenza sullo sviluppo del bambino, ma occorre sapere comunicare le diagnosi: come di fronte al cancro, si deve sapere che anche se la malattia è inguaribile, è sempre curabile. E occorre anche impegnarsi a farlo. Se non apriamo il cuore alla speranza, non andiamo da nessuna parte.
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