No alla morte volontaria, sì alle cure: i punti fermi del “Vangelo della vita"
di Alberto Frigerio
Nel dibattito sulle scelte di fine vita, attorno all’ipotesi di una possibile legge che introdurrebbe in Italia il suicidio assistito, è indispensabile conoscere i punti di riferimento del magistero della Chiesa. Che entra nel vivo del tema con una logica diversa da quella corrente

Il dibattito sul fine-vita, sintagma che indica la condizione di vita colpita da una patologia inguaribile, progressiva, in fase avanzata, con prognosi infausta, provoca il mondo cattolico, che s’interroga sulla plausibilità e opportunità di avallare proposte di legge in tema di morte volontaria medicalmente assistita. Per rispondere all’interrogativo conviene richiamare tre punti fermi del magistero ecclesiale.
Primo: la Chiesa valuta negativamente degli ordinamenti giuridici favorevoli all’eutanasia e al suicidio assistito. Anzitutto perché sottendono un presunto diritto alla morte, formula contraddittoria, composta da vocaboli che si elidono, misconoscendo il fatto che il fulcro del sistema giuridico è il diritto alla vita, in quanto condizione degli altri diritti, che esprimono le capacità implicite nell’esistenza umana. Nelle fasi critiche non va introdotto un supposto diritto alla morte, va piuttosto potenziato il fattivo diritto alla cura, che esprime il primario diritto alla vita: «Sono gravemente ingiuste le leggi che legalizzano l’eutanasia o quelle che giustificano il suicidio e l’aiuto allo stesso. Tali leggi colpiscono il fondamento dell’ordine giuridico: il diritto alla vita, che sostiene ogni altro diritto, compreso l’esercizio della libertà umana … Una società merita la qualifica di “civile” se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza» (Samaritanus bonus, n. 5,1).
Poi perché producono stigma sociale sulle persone fragili e vulnerabili. Il dispositivo giuridico ha valenza culturale, in quanto permette o reprime determinate condotte ma altresì esprime una certa visione delle cose. Riguardo al tema in esame, legittimare l’eutanasia e il suicidio assistito induce la collettività a ritenere gli ammalati una zavorra, tanto più nell’odierna società consumistica, che valuta la dignità della vita in base ai criteri dell’utile e dilettevole. Induce poi i malati a ritenersi un intralcio per la società, come rileva Cicely Saunders, iniziatrice del moderno Hospice Movement: «Dovesse passare una legge che permettesse di portare attivamente fine alla vita su richiesta del paziente, molte delle persone “dipendenti” sentirebbero di essere un peso per le loro famiglie e la società e si sentirebbero in dovere di chiedere l’eutanasia. Ne risulterebbe come conseguenza grave una maggiore pressione sui pazienti vulnerabili per spingerli a questa decisione privandoli così della loro libertà». L’incidenza della legge sui costumi in materia di fine-vita trova riscontro nella sentenza 135/2024 della Consulta, che rileva «la possibilità che, in presenza di una legislazione permissiva … si crei una pressione sociale indiretta su altre persone malate o semplicemente anziane e sole, le quali potrebbero convincersi di essere divenute ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, e di decidere così di farsi anzitempo da parte».
Secondo: la Chiesa avanza un solido insegnamento sulle leggi ingiuste, che contraddicono l’ordine morale naturale, ledono la dignità personale e minano la giusta convivenza civile. È questo il caso di leggi pro eutanasiche e suicidarie assistite, che sconfessano il principio di indisponibilità della vita, bene basilare che la libertà è tenuta a curare responsabilmente. Giovanni Paolo II insegna che, «quando non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista (idem per una legge eutanasica e suicidaria assistita), un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica. Così facendo, infatti, non si attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta; piuttosto si compie un legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui» (Evangelium vitae, n. 73). A fronte di una legge iniqua già vigente o che sta per essere messa al voto, che non è possibile abrogare o scongiurare, è lecito sostenere proposte mirate a ridurre i danni di una situazione ingiusta, in quanto non costituisce una cooperazione al male ma un contenimento del male compiuto da altri, di cui sono gli unici responsabili. In sintesi, in caso di legge ingiusta messa al voto o già in vigore, il parlamentare deve domandarsi se ha fatto il possibile per evitare ogni male; qualora la risposta sia affermativa, una volta chiarita la contrarietà per evitare il pubblico scandalo, può conferire il proprio consenso a leggi restrittive.
Terzo: la Chiesa invito a promuovere quella che Giovanni Paolo II chiama cultura della vita e Francesco chiama cultura della cura. Accanto al piano politico, da valutare secondo le predette indicazioni, i cristiani sono insigniti del compito di maturare uno sguardo sulla realtà consono al Vangelo e immetterlo nella società. Anche in riferimento ai temi bioetici, come raccomanda Evangelium vitae: «il Vangelo della Vita … può essere conosciuto nei suoi tratti essenziali anche dalla ragione umana […] Il servizio al Vangelo della vita … si presenta come spazio provvidenziale per il dialogo e la collaborazione con i seguaci di altre religioni e con tutti gli uomini di buona volontà: la difesa e la promozione della vita non sono monopolio di nessuno, ma compito e responsabilità di tutti» (nn. 29 e 91).
Don Alberto Frigerio è medico e teologo ed è docente di Bioetica all’Istituto superiore di Scienze religiose di Milano
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