A Londra l'aborto anche “fino alla nascita”
La contestatissima “clausola 208” approvata dal Parlamento inglese (e ora firmata da re Carlo) lascia immutate le restrizioni per i medici, ma depenalizza per le donne - lasciate sole e indifese - il ricorso a pratiche abortive oltre gli attuali limiti di legge. E ignora ogni diritto alla vita del nascituro

Il 29 aprile 2026 il “Crime and Policing Act 2026” ha ricevuto il Royal Assent – il via libera di re Carlo – diventando legge in Inghilterra e Galles. Sebbene l'Atto nasca per contrastare la criminalità e la violenza di genere, l’introduzione della “clausola 208” ha acceso un dibattito intenso sulla depenalizzazione totale dell’aborto per le donne.
La clausola 208 stabilisce che nessun reato è commesso da una donna che agisca in relazione alla propria gravidanza ai fini dell'Offences Against the Person Act del 1861 e dell'Infant Life (Preservation) Act del 1929. Sebbene regole e pene per i medici restino le stesse, una donna che si procura l'aborto da sola non può più essere perseguita, nemmeno al nono mese.
Questa legge non modifica l’Abortion Act del 1967, che regola l’aborto Oltremanica. Significa che, nonostante le norme per i medici rimangano invariate, una donna che abortisce da sola (con pillole comprate online su prescrizione a distanza o fornite illegalmente) non può più essere accusata di aver violato la legge. Secondo la Society for the Protection of Unborn Children (Spuc), rimuovere questo reato elimina di fatto qualsiasi restrizione: una madre potrebbe abortire per qualsiasi motivo, incluso il sesso indesiderato del bambino. La depenalizzazione dunque riguarda solo la donna e non i medici, che continuano a essere perseguibili se operano al di fuori dell'Abortion Act del 1967. La legge prevede inoltre la cancellazione dei precedenti penali per le donne condannate in passato per aborto illegale.
Questa asimmetria crea un vuoto legale preoccupante. Mentre i sostenitori del provvedimento parlano di “compassione” i critici denunciano la nascita di un sistema dove l’aborto autogestito, con pillole ottenute anche illegalmente e in una fase avanzata della gravidanza, mette in pericolo la donna, restando privo delle conseguenze di legge che potrebbero funzionare da deterrente. I bambini vittime dell’aborto perdono il loro diritto alla vita qualsiasi sia la loro età gestazionale. Il rischio è di nascite di bambini vitali durante tentativi di aborto tardivo su feti “viabili” (dalla 22ª settimana). La disapplicazione dell'Infant Life (Preservation) Act crea, secondo Spuc, un vuoto legale al confine con l'infanticidio. E c’è chi fa osservare che, in caso di sopravvivenza alla procedura abortiva, diventerebbe sempre più remota la possibilità che vengano compiuti sforzi per salvare il bambino.
Le donne, a causa di questa legge, sono esposte a solitudine e rischi clinici. Scompare l’argine di legge per prevenire aborti tardivi a domicilio, assai pericolosi, eseguiti senza supervisione medica o esami ecografici. Ciò aumenta il rischio di emorragie, sepsi e gravidanze ectopiche non rilevate. Isabel Vaughan-Spruce, alla guida di March for Life Uk, sottolinea il rischio di quella che definisce «coercizione riproduttiva»: senza indagini o visite di persona, è difficile rilevare se una donna è vittima di abusi o pressioni.
Nel 2023 il Regno Unito ha registrato il record di 277.970 aborti, l'87% dei quali farmacologici. La riforma apre agli aborti potenzialmente “fino alla nascita”. Oltre le 22 settimane si ricorre all’iniezione per fermare il cuore, seguita dal parto indotto. Si riportano casi di falliti aborti tardivi con feti nati vivi ma lasciati morire, ricevendo solo occasionalmente cure adeguate.
Oltre 750 professionisti sanitari hanno firmato una lettera aperta per fermare questa deriva, evidenziando che il tasso di complicazioni per aborti oltre le 20 settimane è 160 volte superiore rispetto a quelli eseguiti entro le 10 settimane. Al contrario, il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists ha celebrato la legge come una «vittoria storica» per la libertà riproduttiva. Per le associazioni pro-life, invece, questo è solo un passo verso la completa depenalizzazione, obiettivo dichiarato di tutto il movimento pro-aborto.
Le organizzazioni per la vita hanno lanciato una strategia su due fronti. Right to Life Uk ha presentato una petizione per ridurre il limite temporale dell’aborto (attualmente a 24 settimane). Spuc ha avviato la campagna “Join the Fightback” per la prossima sessione parlamentare. Livia Tossici-Bolt ha organizzato un pellegrinaggio a piedi dal sud dell’Inghilterra fino a Londra, in occasione della Marcia per la Vita del prossimo 5 settembre, per risvegliare le coscienze sulla portata della nuova legge.
I vescovi di Inghilterra e Galles hanno espresso profondo sgomento. Monsignor John Sherrington, arcivescovo di Liverpool, ha definito la clausola 208 una «radicale deviazione» dalla tutela del nascituro. Monsignor Philip Egan, vescovo di Portsmouth, ha descritto la riforma come «sinistra» evocando il ritorno al tempo in cui l’infanticidio era legale, mentre monsignor John Wilson (Southwark) ha parlato di un «momento tragico» in cui la voce del bambino viene messa a tacere.
Il Crime and Policing Act 2026, pur nato per proteggere le donne, paradossalmente le lascia più sole di fronte a procedure gravi senza supervisione. Come afferma Spuc, questa legge ignora la giustizia dovuta ai bambini la cui vita ora può essere interrotta anche a ridosso della nascita. Un precedente inquietante per la civiltà giuridica britannica.
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