I rider sfruttati, un tema etico
che chiede «nuova» economia

A proposito della vicenda dei ciclofattorini, un lettore sottolinea come sia inaccettabile che il progresso tecnologico diventi un mezzo per lo sfruttamento. La soluzione sarebbe un’economia più attenta alla dignità e al benessere di ciascuno
February 20, 2026
I rider sfruttati, un tema etico
che chiede «nuova» economia
Caro “Avvenire”, la società Glovo è attiva in numerosi Paesi con ricavi annui di quasi tre miliardi di euro. In Italia, è ora accusata di sfruttamento sistematico su decine di migliaia di rider. Le donne e gli uomini reclutati per svolgere questo lavoro sono per la maggior parte stranieri che si trovano in uno stato di necessità. Lavorando sette giorni su sette, dodici ore al giorno, la loro paga – 2,5 euro a consegna, 800-900 euro mensili netti – è sotto la soglia di povertà. È stata la Procura di Milano a far luce su questa situazione di caporalato. Le verifiche su Foodinho Srl, società che fa capo a Glovo, sono partite dopo un controllo dell’Ispettorato del lavoro. L’organizzazione del servizio viene gestita da piattaforme che usano algoritmi per controllare i tempi. È inaccettabile che il progresso tecnologico diventi un mezzo per lo sfruttamento. Infine, ammetto che anch’io ho usufruito della consegna a domicilio. E non mi ero mai chiesto quanto poteva essere la busta paga degli operatori.
Gualtiero Toniolo, Riva del Garda
Caro Toniolo, la sua lettera, lucida e informata (che ho dovuto sintetizzare), si conclude con il riconoscimento che il servizio di consegna tempestivo ed economico in qualsiasi luogo della città ci si trovi viene apprezzato e utilizzato da molte persone. E ciò accade più spesso se si ha familiarità con i mezzi digitali tramite i quali si fanno gli ordini. Non penso tuttavia che lo sfruttamento dei cosiddetti rider – se sarà confermato penalmente a fine indagine – sia dovuto principalmente alla tecnologia. Mi pare questa una via di fuga dalle responsabilità diversamente distribuite di una situazione complessa e (lo dico in premessa) difficilmente risolvibile in modo ottimale.
Avvenire, con la sua sensibilità per le vicende del mondo del lavoro, in questi giorni ha già ampiamente approfondito l’argomento. Provo a riassumere e fare qualche considerazione ulteriore. Sono i ciclofattorini nascosti in cantieri periferici o rinchiusi in opifici domestici, laddove è problematico venire a conoscenza delle irregolarità e fare ispezioni? No, davvero. Hanno vistose pettorine colorate e corrono sulle strade con mezzi irregolari, violando quasi tutte le regole del codice e mettendo così a rischio la propria incolumità e pure quella altrui. Se si desse una stretta da parte della vigilanza urbana, con multe e sequestri di biciclette a motore illegali, il settore languirebbe da tempo. Ma è facile spiegare una certa tolleranza. Le imprese protesterebbero e, soprattutto, perderebbero il posto migliaia di persone che di quel pur piccolo reddito hanno disperato bisogno.
Certo, i controlli dell’Ispettorato potevano essere anticipati e più stringenti, anche se alla fine hanno condotto all’inchiesta della Procura. Sappiamo che i sindacati, che lei invoca, caro Toniolo, hanno poca presa sugli stranieri impiegati in modo individuale, per ragioni culturali e organizzative. Tuttavia, potrebbero fare di più per incentivare l’adesione di alcuni “apripista” da sostenere attivamente (e anche finanziariamente) di fronte all’iniziale freddezza dei colleghi e all’ostilità delle aziende. Il ritorno sarebbe probabilmente positivo per tutti i soggetti coinvolti.
Anche il salario minimo parrebbe essere d’aiuto: 9 euro lordi l’ora garantirebbero ai rider una retribuzione dignitosa. Il punto è che si tratta di un rapporto di lavoro “semi-autonomo” difficilmente inquadrabile. Da analisi di economisti esperti della materia, mi pare di avere intuito che il vero nodo sta nel tipo di business. Consegnare a costi bassi per non fare crescere troppo il prezzo al consumatore finale, e lasciare comunque un margine all’imprenditore del trasporto, impone di comprimere gli oneri in qualche fase del processo. L’anello debole sono proprio i lavoratori immigrati bisognosi di sostentamento. E anche con questo “esercito di riserva” (come avrebbe detto Marx: gli italiani disponibili sono troppo pochi), la redditività resta bassa o assente per chi ancora resiste in questo segmento di mercato.
Verrebbe da dire: di fronte a uno sfruttamento palese – sia dichiarato reato o meno –, vietiamo ope legis questa attività, e ciascuno si vada a comprare ciò che desidera nei punti vendita più vicini a casa. C’è però libertà di impresa garantita dalla Costituzione, e per fortuna. Oppure, “votiamo con il portafoglio”, come suggerisce spesso Leonardo Becchetti su queste colonne: quale scelta etica, non ordiniamo più a domicilio via ciclofattorini (io non l’ho mai fatto proprio per questa ragione), facendo venire meno la domanda. Vie d’uscita drastiche, che lascerebbero senza occupazione né reddito tanti individui. Quello che potrebbe accadere anche se fosse imposta alle aziende l’assunzione dei rider con contratti migliori. Siamo poi così sicuri (lo dico a me stesso) che tanti altri nostri consumi siano davvero “etici”?
Come ho anticipato, purtroppo non c’è una bacchetta magica da impugnare. La soluzione sarebbe un’economia più attenta nel suo complesso alla dignità e al benessere di ciascuno. Non come appello ai buoni sentimenti, ma come asse portante della formazione degli imprenditori e dei consumatori. Sarebbe un tema da introdurre nei programmi scolastici. O almeno nei corsi universitari da cui escono i preparatissimi manager che poi ricorrono alla manodopera in nero o sottopagata. Finché la competizione si giocherà quasi esclusivamente sul prezzo finale e sulla rapidità del servizio, qualcuno lungo la filiera sarà inevitabilmente spinto a sopportarne il costo maggiore. Ripensare i criteri, anche educativi, con cui si definiscono l’efficienza e il successo economico sembra la condizione necessaria affinché la flessibilità non si trasformi in precarietà strutturale.

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