Caso Epstein, le colpe vere e la macchina del fango

Un lettore mette in evidenza il rischio che la gogna finisca per travolgere anche le vittime, che già hanno pagato un prezzo altissimo. La vicenda rivela molto sul funzionamento del potere. E una vignetta stimola una riflessione: il male non è solo nell’offerta, ma anche nella domanda
February 17, 2026
Caro Avvenire, la pubblicazione degli Epstein files segna uno di quei momenti in cui il diritto di sapere e il dovere di proteggere entrano in collisione frontale. Da una parte, un interesse pubblico enorme: decenni di abusi, reti di potere, silenzi istituzionali, complicità mai chiarite. Dall’altra, una valanga di documenti che rischia di travolgere tutto e tutti, vittime comprese. Colpisce, leggendo queste carte, la sensazione di un gigantesco buco della serratura spalancato sul mondo. Nomi, immagini, allusioni, scambi di e-mail finiscono in pasto all’opinione pubblica senza che vi sia, nella maggior parte dei casi, una sentenza, una verifica definitiva, un contesto sufficiente. Il rischio è evidente: la trasformazione dell’atto giudiziario in spettacolo permanente, dove la distinzione tra accusa, sospetto e colpa diventa sempre più labile. Ma ciò che inquieta di più è il destino delle vittime. Ragazze e donne che hanno già pagato un prezzo altissimo e che oggi vedono riaffiorare volti, nomi, dettagli intimi, spesso senza adeguate tutele.
Francesco Vitale - Catania
Caro Vitale, condivido le sue intelligenti e accorate considerazioni sui cosiddetti Epstein files. La morte del principale attore di questa turpe vicenda, che lascia attoniti e indignati, impedisce che si arrivi a una piena verità giudiziaria. Sembra tuttavia urgente che, oltre ad arginare la “macchina del fango” da lei implicitamente stigmatizzata, si metta in moto un processo di chiarezza. Potrà assumere la forma di una indagine promossa dalle autorità americane – come le nostre Commissioni parlamentari ad hoc – o, meglio ancora, della ricerca indipendente condotta da team giornalistici o da storici e sociologi accademici. Con una regola semplice: protezione integrale delle vittime, rigoroso anonimato e responsabilità legale per chi diffonde dati sensibili. In ogni caso, si deve superare la strumentalizzazione politica che ha caratterizzato finora il caso di Jeffrey Epstein e della presunta rete internazionale di sfruttamento e traffico sessuale, inclusi gli abusi su minori, andando al fondo di uno scandalo le cui proporzioni possiamo intuire e rischiamo di malinterpretare. Oscilliamo infatti tra l’idea che mezza classe dirigente mondiale (esagero deliberatamente) fosse coinvolta nei laidi festini e l’ipotesi che invece si tratti di una montatura in cui i delitti di alcuni pochi vengono usati per colpire tutti coloro che anche di striscio possono essere accostati al nome del finanziere americano morto in carcere (tra l’altro, pure sulle circostanze del suo decesso sarebbe utile un accertamento definitivo, sebbene vi sia già una classificazione ufficiale quale suicidio).
La questione dal versante delle ricadute istituzionali è stata recentemente analizzata su Avvenire da Giorgio Ferrari. Proviamo quindi a lasciare sullo sfondo le interpretazioni geostrategiche più divisive. Che cosa ci dicono i passi indietro, le scuse, le inchieste o le prese di distanza di (finora) stimati o comunque importanti esponenti delle élite di vari Paesi europei, dal principe britannico Andrea Mountbatten-Windsor all’ex premier norvegese Thorbjørn Jagland, del promotore di cultura francese Jack Lang all’esponente laburista inglese Peter Mandelson? E le imbarazzanti rivelazioni circa un gigante della linguistica e intellettuale impegnato come Noam Chomsky, nonché l’imprenditore dal tocco magico e super-filantropo Bill Gates? Senza dimenticare che non mancavano “fruitori” anche al di fuori dell’Occidente.
Non è tanto trasformare citazioni e frequentazioni in condanne, quanto capire che cosa rivelano sul funzionamento del potere. Forse alcuni sono caduti in una rete di lusinghe, tentazioni e ricatti. Ma forse altri hanno assecondato scientemente pulsioni dalle conseguenze nefaste per chi ha subito la tratta sessuale. Un crimine che tendiamo ad associare solo ai “protettori” di strada affiliati delle mafie e non ai piani alti di Manhattan o dei Palazzi europei. Ovvie sono le domande che tanti di noi si sono fatti. Per un Epstein che, pur tra molte complicità e sottovalutazioni, viene alla fine perseguito dalla giustizia, quante altre reti di violenza fisica e psicologica esercitata senza scrupoli su ragazze e donne sono attive a nostra insaputa (e non solo di ricchi e famosi, s’intende: chi può dimenticare l’orrore della piccola abusata e gettata dal terrazzo a Caivano?). È stata una vignetta – dura come la situazione richiede – a farmi pensare all’inemendabile debolezza umana, che solo una continua sorveglianza interiore può controllare. «Dove andranno ora che Epstein non c’è più?», si chiedeva il testo, sotto il volto di una giovane dallo sguardo ammiccante. Come a dire: non è solo l’offerta che travia chi ne è raggiunto. Numerosi sono coloro che vanno attivamente e costantemente in cerca di piaceri proibiti. Piaceri che non rappresentano solo peccati agli occhi di qualcuno, bensì costituiscono oggettive colpe morali e reati penali.
Lei ha ragione, caro Vitale, nel paventare un calderone in cui sono macchiate reputazioni che non lo meriterebbero. Inoltre, si chiamano in causa le parti offese (e sono sempre donne) senza che sia stata data loro la possibilità di scegliere se e come riemergere alle cronache. Eppure, non possiamo esimerci dal guardare dentro questo pozzo nero e trarne qualche insegnamento. Non ultimo quello circa un quesito forse malposto ma che spesso si ripropone in ambito pubblico: meglio un leader (in qualunque campo) bravo ed efficace anche se eticamente non inappuntabile (parlo qui di opacità e doppiezze tollerate) o una figura completamente trasparente al prezzo di non avere i risultati migliori?

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