Il femminicidio di Anguillara, la "punizione collettiva" e i media
Un lettore chiede quando la cronaca smetta di informare e inizi a schiacciare. Sia la folla in presenza, dove il singolo si nasconde nel gruppo, sia l’anonimato della Rete, che protegge il “leone da tastiera”, sono contesti in cui sembra emergere il peggio di noi
Caro Avvenire, una vicenda segnata dall’orrore, come il femminicidio di Anguillara Sabazia, si è trasformata in una tragedia ancora più grande con il suicidio dei genitori dell’assassino. Accanto alla giusta condanna per un delitto gravissimo, si è sviluppata una pressione mediatica e sociale che ha travolto tutto e tutti, senza distinzione. Un uomo ha commesso un atto che nessuno può giustificare. Ma sua madre e suo padre, piegati dalla vergogna e dal dolore, sono stati esposti a una gogna continua: telecamere, titoli, commenti feroci, processi sommari celebrati soprattutto sui social. Qui non si parla di assoluzioni, ma di limiti. Quando la cronaca smette di informare e inizia a schiacciare? Quando il diritto di sapere diventa una punizione collettiva che colpisce anche chi non ha colpe penali, ma solo legami di sangue? I social hanno amplificato rabbia e odio, cancellando ogni misura. Il gesto estremo non è solo cronaca nera. È uno specchio per tutti noi: per l’informazione, per la società, per la comunità digitale. Raccontare è un dovere, infierire no.
Francesco Vitale
Catania
Francesco Vitale
Catania
Caro Vitale, la vicenda di Anguillara Sabazia è stata un crescendo di dolore che ha turbato molti. E non poteva essere altrimenti. Prima la scomparsa inspiegabile di Federica Torzullo, l’angoscia per la sua sorte amplificata dalle ricerche senza esito e dal timore crescente che fosse stata vittima di un delitto. Poi il tragico ritrovamento del corpo sepolto nell’azienda di famiglia del marito. L’arresto di quest’ultimo e la confessione parziale e reticente, con ancora molte zone d’ombra, e venata di accuse alla moglie cui imputava la volontà di togliergli il bambino. Intanto, venivano alla luce altri dettagli, come la denuncia fatta da Claudio Carlomagno, accompagnato dalla madre Maria, assessora alla Sicurezza del loro Comune. Una storia tristissima nella quale non si deve perdere di vista l’evento scatenante: un femminicidio forse premeditato, che ha spezzato una vita preziosa (quella di Federica, a cui per prima deve andare il nostro pensiero) e, a cascata, foriero di altri lutti e di altre sofferenze, oltre l’intenzione ma non per questo imprevedibili. Un assassinio di questo tipo lacera famiglie, lascia orfani inconsolabili e segnati per sempre, strappa il tessuto della comunità. Ad Anguillara questo è avvenuto in modo ancora più eclatante agli occhi dell’opinione pubblica per i tempi di svolgimento. Riflettevo, ancora prima del doppio suicidio, come un delitto che si consuma in poche ore – la morte della donna, l’arresto del partner o lui che si toglie la vita, nessun dubbio sulla dinamica – a volte riceve poca attenzione mediatica e viene racchiuso in una notizia in breve nei Tg o sui giornali. Quando invece la storia si svolge con un aumento della tensione emotiva – paradigmatica quella di Giulia Cecchettin –, allora le logiche della comunicazione insieme alla nostra reazione psicologica creano un’attenzione spasmodica e anche reazioni disfunzionali e negative.
Che cosa ha provocato il cedimento umano di Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, davanti al quale ci dobbiamo inchinare con rispetto? L’odio espresso da qualche decina di persone sui social media, magari unito a cronache impietose o superficiali che hanno adombrato una copertura offerta al figlio omicida? Oppure, le malignità di conoscenti della zona, con la sensazione che l’esistenza per loro sarebbe stata macchiata a causa di una sorta di contagio del male? Non penso che l’inchiesta penale, doverosamente aperta per istigazione, possa fare chiarezza su stati d’animo e motivazioni personali. Questo però non assolve moralmente chi ha esagerato sia nel raccontare sia nel commentare. Sia la folla in presenza, dove il singolo si nasconde nel gruppo, sia l’anonimato della Rete, che protegge il “leone da tastiera”, sono contesti in cui sembra emergere il peggio di noi. Gli insulti o le esternazioni di odio che qualcuno veicola sui social media potrebbero costituire una sorta di manifestazione distorta del nostro smarrimento e della nostra impotenza di fronte al caos e alle tragedie del mondo. Essendone inondati, cerchiamo di domare la loro pressione dandone la colpa a individui specifici, come se avere individuato dei colpevoli e averli inchiodati alle loro responsabilità ci desse sollievo inconscio. Non si tratta di una giustificazione, è ovvio, bensì di una possibile analisi del fenomeno, altrimenti difficilmente inquadrabile. Dopo la diagnosi, caro Vitale, servirebbe una terapia. Fosse facile, l’avremmo già proposta. Avvenire, da parte sua, cerca di offrire un giornalismo informato ma rispettoso, mantenendo toni sobri. Mi verrebbe da dire che in occasioni come quelle di Anguillara sia i media sia la società civile dovrebbero invitare a manifestare i propri sentimenti di partecipazione alla tragedia in modi costruttivi più che distruttivi. Organizzare e partecipare a marce silenziose in memoria delle vittime e di solidarietà alle famiglie; invitare a incontri di preghiera; raccogliere fondi od offrire opportunità per il figlio, perché possa comunque immaginarsi un futuro; realizzare iniziative che educhino al rispetto e alla gestione dei conflitti. E, soprattutto, non assecondare la logica dei social media: usandoli con giudizio e dando meno enfasi a ciò che di mefitico ribolle nella loro pancia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA



