Guglielmo Gatti, l'assassino “dimenticato”: è morto in carcere 3 anni fa

Nessuno era al corrente del suo decesso, avvenuto nel giugno 2023. Nel 2005 assassinò gli zii. Il suo avvocato: «Voglio capire cos'è successo»
February 5, 2026
Guglielmo Gatti, l'assassino “dimenticato”: è morto in carcere 3 anni fa
Guglielmo Gatti in tribunale/ ANSA
Quando i pochi parenti anziani lo andarono a trovare nel carcere milanese di Opera, lui gli disse di non tornare più. «Questo è un ambiente troppo duro per voi. Non preoccupatevi per me, dimenticatemi». Così è stato. Guglielmo Gatti, condannato all’ergastolo per aver massacrato i due zii Aldo Donegani e Luisa De Leo nell’estate 2005 a Brescia, è morto tre anni fa. Ma nessuno lo sapeva. Lo hanno scoperto per caso i cronisti del Giornale di Brescia, che avevano chiesto di intervistarlo. «Data uscita carcere: 15-6-2023. Motivo: decesso» è stata la fredda comunicazione burocratica. Nemmeno il suo avvocato Luca Broli era stato informato, perché le regole sulla privacy impongono che vengano contattati solo i familiari stretti. E lui non ne aveva: l’unico che si era interessato della sua sorte era stato il cugino Giovanni, morto però – triste coincidenza - il giorno della sentenza in Cassazione. Gatti ora riposa in un campo del cimitero Monumentale di Milano, sotto una lapide senza nome. Solo un numero permette di risalire alla sua identità. «Dimenticatemi» aveva chiesto. E il mondo non si è fatto pregare.
La sua, del resto, è stata un’esistenza segnata dalla solitudine. Quando ammazzò gli zii, aveva perso da poco entrambi i genitori. Una tragedia che forse gli aveva spezzato definitivamente l’anima, già affaticata da anni senza relazioni umane significative. Aveva 41 anni, all’epoca del duplice delitto. Il 31 luglio stordì i due parenti che abitavano sotto di lui nella villetta di famiglia, li trascinò in garage e fece scempio dei loro corpi. Poi andò a denunciarne la scomparsa insieme al cugino carabiniere, in ansia per l’improvvisa assenza degli zii. Per giorni ostentò incredulità e preoccupazione davanti ai cronisti che assediavano la casa. Finché, a Ferragosto, un ragazzino disse ai carabinieri di aver riconosciuto in tv l’uomo che aveva incrociato in auto l’1 agosto al Passo del Vivione. Aveva gli occhi sbarrati, andava troppo veloce su quella strada stretta e impervia. «E’ lui, Guglielmo Gatti». Scattarono le ricerche nei boschi, e in breve furono trovati due sacchi neri con i resti degli scomparsi. Gatti fu arrestato e processato, inevitabile il carcere a vita. Lui si proclamò sempre innocente, senza ammettere né tantomeno spiegare un doppio omicidio rimasto un mistero. Nessuna ricca eredità da raccogliere, nessun particolare rancore verso gli zii. Si disse che gli rimproverava le continue vacanze e uscite serali: uno stile di vita forse insopportabile per lui, disoccupato e studente di ingegneria ampiamente fuori corso, rintanato nel suo appartamento per gran parte della giornata. Troppo poco, però, per giustificare la mattanza. Una vita da eremita che ha generato sofferenza, orrore e dolore, continuata anche dietro le sbarre. Nonostante la cella rimanesse aperta come le altre per alcune ore, lui non usciva mai. Preferiva restare dentro a leggere testi di matematica e filosofia, che prelevava dalla biblioteca carceraria che lui stesso curava. Ecco, forse i libri sono stati il suo unico vero amore. Un appiglio in un mondo oscuro che non capiva, e da cui non era capito. Rifiutò persino l’ipotesi di revisione del processo. «Preferisco restare in carcere da innocente» disse all’avvocato, cui aggiunse: «Non si disturbi per me, se ho bisogno la chiamo io». Avrebbero dovuto risentirsi l’estate scorsa, per discutere della semilibertà cui di lì a qualche mese avrebbe avuto diritto. Ma se ne era già andato da un po’, portandosi dietro l’ultimo enigma: «Non aveva problemi di salute – ha detto l’avvocato Broli – ora cercherò di capire».

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