Perché quello di Carney è un discorso da ascoltare
Il ruolo delle "medie potenze" e quello slogan virale «se non sei al tavolo, sei nel menù»: le parole del premier canadese che aprono gli occhi e servono da sprone
Caro Avvenire, sono abbonato da più di cinquant’anni e ho potuto apprezzare il costante miglioramento del nostro giornale. Mi permetto di farvi una richiesta: pubblicate il discorso del primo ministro del Canada Mark Carney a Davos. Si è dimostrato uno statista come lo furono De Gasperi, Adenauer, Schuman. Con la speranza che anche i politici europei vi trovino fonti di ispirazione.
Gianfranco Gaeta
Roma
Gianfranco Gaeta
Roma
Caro Gaeta, grazie, anche a nome del Direttore per i suoi apprezzamenti ad Avvenire. Lettori di lungo corso e di notevole capacità di analisi come lei, d’altra parte, ci spingono a cercare di essere sempre all’altezza delle aspettative. Eccoci, quindi, a Mark Joseph Carney, energico economista e manager 60enne, già governatore della Banca del Canada, della Banca d’Inghilterra, primo ministro canadese dal 14 marzo dell’anno scorso, poco dopo essere stato eletto leader del Partito liberale. A Davos, nel mezzo delle tensioni sulla Groenlandia e dell’avvio del Board of Peace trumpiano, ha pronunciato un discorso che ha rilanciato il ruolo delle “medie potenze”, in termini politicamente solidi e retoricamente ispirati.
Carney è partito dal crollo delle “finzioni” sull’ordine liberale internazionale – provocato verosimilmente dalla nuova Amministrazione Usa – rifacendosi a quanto Vaclav Havel raccontava delle dittature e di come si possono svelare le falsità su cui si basano, nel suo libro Il potere dei senza potere. Ricordo che molti anni fa il grande politologo Nicola Matteucci disse a me, giovane studente che ero andato a Bologna a chiedergli consigli, di verificare in quante biblioteche universitarie fosse presente il pamphlet dell’intellettuale e dissidente cecoslovacco, quale indicatore utile a capire l’apertura culturale del nostro Paese. Probabilmente, se ne sarebbero trovate poche copie. Di sicuro, lo conosce il premier di Ottawa, il quale implicitamente richiama così anche la fragilità delle democrazie. Se permettiamo a chi dovrebbe governare – e non comandare, come giustamente distingueva domenica Ezio Mauro – di gridare impunemente che il re è nudo e che le garanzie e i diritti si possono sacrificare per l’efficienza o per la legge del più forte, ci esponiamo al rischio di perdere quelle convenzioni che crediamo vere e sono sostanza della nostra convivenza libera e pacifica.
Carney ha detto a chi è disposto ad ascoltare che i singoli Paesi, anche ricchi e solidi come il suo, non possono reggere l’urto delle “potenze dominanti” (leggi: Usa, Cina e Russia) una volta che queste ultime impongono la regola della forza, economica o militare che sia. Servono alleanze per salvare i propri valori e mantenere ferma la propria dignità. I punti davvero interessanti del discorso, al di là dello slogan divenuto virale – «se non sei al tavolo, sei nel menù» – e forse non del tutto originale, riguardano l’identificazione del concetto di potenza “intermedia”, ovvero non il piccolo Stato necessariamente soggetto alle turbolenze circostanti, ma quelle nazioni che potevano ambire a un proprio ruolo nel mondo regolato e prevedibile “pre-Putin e pre-Trump” e che ora devono invece rivedere la loro strategia e (ri)conquistare l’autonomia strategica. Poi l’idea di intese “locali”, a geometria variabile, per obiettivi specifici, funzionali a salvaguardare un interesse o a raggiungere uno scopo, senza necessariamente implicare un’identificazione su tutti i temi con gli specifici partner. Perciò il Canada si è mosso per aiutare l’Ucraina con gli Usa, per tutelare la sovranità di Groenlandia e Danimarca con l’Europa e la Nato, per stringere intese economiche circoscritte anche con la Cina, nel tentativo di attenuare gli effetti della guerra commerciale americana.
Il vecchio ordine non tornerà, una frattura si è compiuta, annuncia il primo ministro di un Paese che egli definisce orgogliosamente «pluralistico, con uno spazio pubblico rumoroso, diverso e libero», soprattutto desideroso di vivere «nella verità». Che significa «agire in modo coerente, applicando gli stessi standard ad alleati e rivali, costruire ciò in cui diciamo di credere». Il messaggio finale è stato quindi chiaro: «Vorrei dirvi che le potenze intermedie come il Canada non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che includa i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà e l’integrità territoriale dei vari Stati».
Di qui, caro Gaeta, a dire che Carney vada collocato al livello dei padri dell’Europa ancora ce ne corre. Non basta un discorso, per quanto importante, per cambiare la storia. Possiamo però sperare che sia di sprone a tanti e si traduca in iniziative concrete e durature. Non dimentichiamoci che anche l’Italia è una media potenza…
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