Disastri naturali, ragionare dell’assicurazione obbligatoria

Secondo un lettore, parlare di polizza anticalamità per chi abita in un luogo a rischio idrogeologico e sismico è un modo per scaricare i problemi sui cittadini. Ma ci sono importanti elementi da considerare
February 3, 2026
Caro Avvenire, il governo torna a parlare di polizza anticalamità, a carico di coloro che abitano in zone a rischio idrogeologico e sismico. È l’abusato costume nazionale di scaricare i problemi sui cittadini e raccattare un po’ di quattrini, evitando di elaborare appositi piani di prevenzione e salvaguardia del territorio da parte di ministeri ed enti locali. Come se una polizza assicurativa potesse salvare da una frana come a Niscemi o da un terremoto come nelle Marche. Un espediente della politica per sfuggire alle responsabilità.
Nazzareno Tittarelli - Castelraimondo (Macerata)
Caro Tittarelli, nessuna polizza, è ovvio, può evitare il drammatico sbriciolarsi della collina su cui è costruita Niscemi né impedire un sisma. Ma un’assicurazione obbligatoria può avere alcuni vantaggi rispetto alla situazione attuale. Ricordiamo che la Legge di Bilancio 2024 ha introdotto l’obbligo di copertura contro eventi catastrofici naturali (terremoti, frane e inondazioni) per tutte le imprese con sede o stabile organizzazione in Italia, un processo quindi appena avviato. Secondo gli ultimi dati Ania, le aziende che si erano mosse autonomamente a inizio 2025 erano il 7%, dopo un anno sono salite al 12%. Sette per cento è anche la quota di abitazioni con una tutela per i danni potenziali. Cominciamo con il dire che la ricostruzione a carico pubblico ha tempi lunghissimi. Al 31 maggio 2025 (quindi a 9 anni dal sisma 2016) i cantieri di edilizia privata chiusi nelle Marche rappresentavano il 65,7% di quelli autorizzati. Ne restavano in esecuzione ancora 5.643. E, se si verificasse un altro disastro, il timore è che tutto tornerebbe in discussione, mentre i contratti tra privati stabiliscono procedure e tempi chiari. Per questo si ragiona di estendere l’obbligo anche ai possessori di case. È un abdicare dello Stato ai suoi doveri, scaricando sui cittadini costi che dovrebbero essere coperti dal gettito delle nostre tasse? Proviamo a ragionare. Mi baso qui su alcune note gentilmente fornitemi dal collega Piero Chinellato, da anni indispensabile colonna “invisibile” della pagina dei lettori di Avvenire che, approfittando dell’occasione, ringrazio per il suo lavoro quotidiano.
Diamo un’idea del costo: un edificio assicurato per un valore di 230mila euro in zona sismica ha comportato la spesa di 283 euro l’anno in regime facoltativo. Imporre le polizze creerebbe però un’ampia base di assicurati, permettendo di ripartire il costo dei disastri su molti soggetti, con premi medi più contenuti. Certo, in linea di principio, si possono elencare considerazioni tanto a favore quanto contrarie alla scelta dell’assicurazione obbligatoria. Per esempio, ci si dovrebbe fare carico di chi è indigente e andrebbe corretto il rischio che vedrebbe tante aree interne, che già patiscono uno spopolamento devastante, penalizzate da polizze più care perché sono anche a più elevato rischio sismico rispetto, ad esempio, alla ricca Lombardia. Una polizza è anche uno strumento di responsabilizzazione: tariffe modulate sul rischio individuale possono spingere a investire in adeguamenti e protezione degli edifici. Infine, se si alleggerisce il peso dei risarcimenti sulle finanze pubbliche, da queste ultime potranno venire più investimenti strutturali in prevenzione.
Non va, tuttavia, sottovalutato l’aumento dei costi per famiglie e imprenditori, che può gravare maggiormente su chi vive o opera in aree già economicamente fragili o ad altissimo rischio, dove i premi sarebbero più elevati, a meno di una “redistribuzione” e una parificazione delle spese a livello nazionale, con problemi di equità in una direzione o nell’altra. Infine, non si devono escludere i pericoli di sotto coperture, esclusioni (le mareggiate, come quelle del ciclone Harry che ha flagellato il Sud, sono attualmente fuori dai contratti) e di clausole restrittive con massimali bassi che lasciano scoperte le perdite più gravi. Ma in generale, lo capisco, l’obiezione principale va al cambio radicale di prospettiva: perché non dovrebbe essere più lo Stato il soggetto da cui aspettarsi l’intervento illimitato in caso di calamità? Insomma, è difficile oggi dare un verdetto condiviso. Sarebbe però sbagliato dimenticare che il 90% dei Comuni italiani è classificato con “rischio idrogeologico elevato” e che il cambiamento climatico in corso accresce frequenza e portata degli eventi meteorologici estremi. Ciò rende le distruzioni più ampie e le possibilità di interventi pubblici più ridotte. Questa variabile potrebbe plausibilmente fare pendere la bilancia verso una sorvegliata e ben congegnata introduzione dell’obbligo assicurativo per tutti i beni esposti alla furia degli elementi. Dove non si può prevenire, che almeno si venga risarciti.

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