I curdi, popolo sfruttato e poi abbandonato

Hanno svolto un ruolo determinante nella lotta contro l'Isis. Hanno diritto a un "posto sicuro". Invece sono di nuovo sotto attacco, con un ritorno dei gruppi jihadisti. E rischiano il disinteresse degli Usa
January 23, 2026
I curdi, popolo sfruttato e poi abbandonato
Un gruppo di attivisti e intellettuali curdi iracheni parte da Sulaymaniyah verso il valico di Semalka, al confine con la Siria, per raggiungere il Rojava (le regioni curde siriane) /Ansa
Caro Avvenire, i curdi hanno svolto un ruolo determinante nella lotta contro l’Isis, sacrificando vite umane per fermare una delle minacce terroristiche più gravi. Questo impegno ha contribuito a proteggere non solo le loro comunità, ma l’intera Europa. Oggi, tuttavia, lo stesso popolo si trova di nuovo sotto attacco, con un ritorno di gruppi jihadisti, operazioni militari e repressioni sistematiche. La situazione è ulteriormente aggravata dall’ambiguità internazionale e dalle vicende delle ultime settimane. Il silenzio di fronte a sofferenze e violazioni dei diritti fondamentali non può essere considerato neutralità. Esso rappresenta una responsabilità politica e morale, che rischia di indebolire la credibilità dell’Europa nel difendere i propri valori.
Othman Tazik
Gentile Tazik, il popolo curdo, come lei sa bene in quanto suo rappresentante, è uno dei più grandi al mondo privi di uno Stato (circa 30-40 milioni di persone). Di ceppo indo-iranico, con una prevalenza religiosa musulmana sunnita e forti minoranze yazide e cristiane, è distribuito principalmente tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. Dopo la Prima guerra mondiale la promessa di un Kurdistan indipendente non si tradusse in realtà. Oggi in Turchia vive la più grande comunità. Per decenni Ankara ha affrontato la questione soprattutto in chiave securitaria e repressiva, mentre nella società curda si sono sviluppati sia movimenti parlamentari sia forme di lotta armata. In particolare, dagli anni Ottanta del secolo scorso l’insurrezione del Pkk diede origine a una guerriglia lunga e sanguinosa. Oggi sembra si possa finalmente andare verso una consegna delle armi e un percorso di maggiore integrazione politica, anche se le incognite restano numerose.
In Iraq, l’apice della persecuzione anti-curda fu la campagna Anfal (1987-1989) sotto Saddam Hussein: distruzione di villaggi, deportazioni e massacri, culminati nel 1988 nell’uso di armi chimiche a Halabja, a giudizio di alcuni una forma di genocidio. In seguito, tuttavia, i curdi iracheni hanno ottenuto uno spazio vitale. Il Kurdistan gode attualmente di autonomia politica e forze di sicurezza locali, pur attraversato da rivalità interne e segnato da difficoltà economiche.
In Siria, il protagonismo politico dei curdi, represso sotto il regime baathista, si è manifestato nel contesto della guerra civile: dal 2012, approfittando del collasso dello Stato nel Nord, nasce l’esperienza di autogoverno del Rojava. Ma è soprattutto tra il 2014 e il 2019 che i curdi siriani diventano centrali nello scenario internazionale: le milizie Ypg/Ypj e poi le Sdf (Syrian Democratic Forces), sostenute dagli Usa e da una coalizione occidentale, sono state protagoniste nel contrasto allo Stato islamico (Isis), allargatosi all’Iraq e responsabile degli attentati in Europa. La riconquista di territori e città simbolo – a partire da Kobane – ha guadagnato ai curdi un capitale politico utilizzato per stabilizzare l’enclave con una propria amministrazione.
Ma con la sconfitta territoriale dell’Isis, l’interesse e la protezione dei Paesi Nato sono andati scemando. La caduta del dittatore Assad e l’ascesa al potere degli islamiti di Hts guidati da al-Shaara, divenuti presunti moderati, rimettono in discussione assetti rivelatisi precari. Ankara ha continuato le operazioni contro i curdi siriani considerati un’estensione del Pkk e i nuovi governanti di Damasco cercano un complesso e in parte forzato assorbimento delle componenti militari e civili curde nello Stato in ricostruzione. Un processo incerto pur con le garanzie formali offerte.
Qui c’è anche il nodo cruciale di carceri e campi di detenzione dove sono rinchiusi migliaia di ex combattenti o sospetti affiliati dell’Isis e, soprattutto, le loro famiglie. Il caso simbolo è al-Hol, una “città recintata” con decine di migliaia di persone, in larga parte donne e bambini, inclusi molti stranieri. Sono stati strumenti di contenimento del jihadismo e un servizio di sicurezza reso all’Occidente, spesso con un alto prezzo umanitario. In queste ore, a fronte della nuova avanzata di una galassia di gruppi armati regionali e dell’abbandono delle postazioni da parte curda, vi sono state fughe e trasferimenti di prigionieri in Iraq da parte statunitense.
È vero quindi, gentile Tazik, che dopo aver pagato un prezzo altissimo nella lotta di liberazione contro lo Stato islamico, i curdi rischiano di scontare ancora una situazione di fragilità del loro progetto autonomista. Ciò avviene nel sostanziale disinteresse degli Usa, più vicini a Damasco con l’apertura fatta da Trump ad al-Shaara, e della Ue, che all’affievolirsi del terrorismo ha cambiato priorità geopolitiche. Sarebbe giusto ricordare che il popolo curdo ha diritto come gli altri a un proprio “posto sicuro” nel Medio Oriente che si prova a ridisegnare con un piano complessivo di pace.

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