Salvare l’eredità dei nostri padri? Sì, ma in un contesto che è cambiato
Scorciatoie identitarie in un clima di paura e contrapposizione non sono il modo migliore per mantenere le conquiste, dal welfare alla pace, delle generazioni precedenti
Caro “Avvenire”,
fa impressione pensare a quanto sangue e affanno costarono ai nostri padri le conquiste che – oggi indebolite e minacciate – hanno caratterizzato per ottant’anni le nostre società. Mio padre fu combattente, prigioniero, cooperatore per la liberazione della Francia, migrante nel dopoguerra, prima di rientrare nel 1948. Come milioni di europei, non un eroe ma una persona travolta dalla Storia, determinata a costruire un futuro diverso. Dalle esperienze di tanti, dal lavoro, dall’umiltà, nacquero diritti, welfare, costituzioni democratiche, cooperazione tra Stati, l’idea – imperfetta ma potente – che la pace fosse anche giustizia sociale, dignità per tutti e ciò che in inglese si chiama decency: rispetto, misura nei comportamenti e nel linguaggio, responsabilità morale verso la comunità. Oggi quei testimoni diretti scompaiono. Quando la memoria si raffredda, tornano scorciatoie pericolose: identità contrapposte, paure alimentate. Le generazioni che hanno sofferto sapevano che la pace va difesa ogni giorno, anche custodendo le conquiste sociali e civili che da essa sono nate. Farsi carico della memoria e di quei valori è il compito di chi resta.
Teresio Asola
fa impressione pensare a quanto sangue e affanno costarono ai nostri padri le conquiste che – oggi indebolite e minacciate – hanno caratterizzato per ottant’anni le nostre società. Mio padre fu combattente, prigioniero, cooperatore per la liberazione della Francia, migrante nel dopoguerra, prima di rientrare nel 1948. Come milioni di europei, non un eroe ma una persona travolta dalla Storia, determinata a costruire un futuro diverso. Dalle esperienze di tanti, dal lavoro, dall’umiltà, nacquero diritti, welfare, costituzioni democratiche, cooperazione tra Stati, l’idea – imperfetta ma potente – che la pace fosse anche giustizia sociale, dignità per tutti e ciò che in inglese si chiama decency: rispetto, misura nei comportamenti e nel linguaggio, responsabilità morale verso la comunità. Oggi quei testimoni diretti scompaiono. Quando la memoria si raffredda, tornano scorciatoie pericolose: identità contrapposte, paure alimentate. Le generazioni che hanno sofferto sapevano che la pace va difesa ogni giorno, anche custodendo le conquiste sociali e civili che da essa sono nate. Farsi carico della memoria e di quei valori è il compito di chi resta.
Teresio Asola
Caro Asola,
spesso, nella storia, la staffetta tra le generazioni si interrompe, e si creano delle discontinuità. Non sempre è un male. Pensiamo proprio a coloro che hanno preceduto suo padre. Furono in buona parte affascinati dal nazionalismo e parteciparono a una guerra senza precedenti per dimensioni e orrori. La reazione dei loro figli fu quella di tentare un percorso diverso, che è stato di successo ma nemmeno una passeggiata. Oggi, è vero, abbiamo dimenticato quello che era l’Europa della prima metà del Novecento. Ed è giusto partire da biografie concrete, perché è lì che prende forma la vita collettiva. Ma non possiamo ignorare che le trasformazioni sono diventate così veloci da imporre nuovi contesti e nuove sfide. Quella che lei chiama decency non rappresenta un’invenzione recente, viene da lontano e mantiene un’importante radice cristiana nella nostra tradizione (l’invito quaresimale di Isaia è “condividere e spezzare i gioghi”). La nostra fortuna consiste nel vederla affermata ed estesa a molte più persone rispetto al passato. Non voglio tuttavia eludere il punto centrale della sua lettera. Come possiamo farci carico della memoria e difendere quei valori? L’errore è probabilmente quello che già lei individua, caro Asola, ovvero scorciatoie identitarie in un clima di paura e contrapposizione. Mi pare che dovremmo cambiare prospettiva anche nella critica a questi atteggiamenti, che sembrano guadagnare spazio e adesioni (si consideri l’evolvere del quadro politico italiano). L’impressione è che il fenomeno nasca dall’applicazione di una declinazione “antica” (mi passi il termine) di quei valori a un contesto che è mutato radicalmente. Non esiste più una società omogenea – né in termini culturali-religiosi né in termini di provenienza geografica – e non sono più scontati percorsi esistenziali stabili e prevedibili – in termini familiari e lavorativi. La tecnologia digitale sta trasformando radicalmente le nostre vite, nel bene e nel male. La declinazione dei diritti, della dignità di ciascuno, così come del welfare, deve inevitabilmente cambiare e adeguarsi ai tempi. Lo Stato sociale, nato per società industriali in crescita, deve oggi misurarsi con calo demografico, invecchiamento, precarietà e migrazioni. Per non parlare della crisi climatica. Tutto questo è complicato e faticoso. Un effetto di spaesamento esistenziale risulta inevitabile e per di più non è facilmente imputabile a un “nemico” specifico, come accadeva nel periodo postbellico. Il risultato è che i nostalgici di un passato idilliaco – e non metto certo lei tra questi – provano a forzare gli schemi di ieri sulla situazione odierna, costituendo forme strutturali di divisione che sono all’opposto dei principi che vorrebbero difendere. Dei nostri maggiori che hanno costruito con fatica e sacrificio un periodo di pace, democrazia e prosperità dobbiamo mantenere vivo l’esempio. Abbiamo poi l’obbligo di trovare forme di responsabilità morale adeguate al mondo contemporaneo. Ciò significa mettere in atto un universalismo non astratto: forme concrete di difesa dei più svantaggiati nelle condizioni attuali, rispetto e cooperazione ai diversi livelli della nostra esperienza umana. Abbiamo già avuto la fantasia di formularle – penso a una Costituzione mondiale – ma non ancora il coraggio e la capacità di attuarle. In tal modo, caro Asola, non andrà persa l’eredità del passato, ma verrà rivitalizzata e arricchita. Sta a noi, in definitiva, essere all’altezza del compito e non finire ricordati dai nostri discendenti come la generazione che ha buttato alle ortiche una straordinaria esperienza di progresso.
spesso, nella storia, la staffetta tra le generazioni si interrompe, e si creano delle discontinuità. Non sempre è un male. Pensiamo proprio a coloro che hanno preceduto suo padre. Furono in buona parte affascinati dal nazionalismo e parteciparono a una guerra senza precedenti per dimensioni e orrori. La reazione dei loro figli fu quella di tentare un percorso diverso, che è stato di successo ma nemmeno una passeggiata. Oggi, è vero, abbiamo dimenticato quello che era l’Europa della prima metà del Novecento. Ed è giusto partire da biografie concrete, perché è lì che prende forma la vita collettiva. Ma non possiamo ignorare che le trasformazioni sono diventate così veloci da imporre nuovi contesti e nuove sfide. Quella che lei chiama decency non rappresenta un’invenzione recente, viene da lontano e mantiene un’importante radice cristiana nella nostra tradizione (l’invito quaresimale di Isaia è “condividere e spezzare i gioghi”). La nostra fortuna consiste nel vederla affermata ed estesa a molte più persone rispetto al passato. Non voglio tuttavia eludere il punto centrale della sua lettera. Come possiamo farci carico della memoria e difendere quei valori? L’errore è probabilmente quello che già lei individua, caro Asola, ovvero scorciatoie identitarie in un clima di paura e contrapposizione. Mi pare che dovremmo cambiare prospettiva anche nella critica a questi atteggiamenti, che sembrano guadagnare spazio e adesioni (si consideri l’evolvere del quadro politico italiano). L’impressione è che il fenomeno nasca dall’applicazione di una declinazione “antica” (mi passi il termine) di quei valori a un contesto che è mutato radicalmente. Non esiste più una società omogenea – né in termini culturali-religiosi né in termini di provenienza geografica – e non sono più scontati percorsi esistenziali stabili e prevedibili – in termini familiari e lavorativi. La tecnologia digitale sta trasformando radicalmente le nostre vite, nel bene e nel male. La declinazione dei diritti, della dignità di ciascuno, così come del welfare, deve inevitabilmente cambiare e adeguarsi ai tempi. Lo Stato sociale, nato per società industriali in crescita, deve oggi misurarsi con calo demografico, invecchiamento, precarietà e migrazioni. Per non parlare della crisi climatica. Tutto questo è complicato e faticoso. Un effetto di spaesamento esistenziale risulta inevitabile e per di più non è facilmente imputabile a un “nemico” specifico, come accadeva nel periodo postbellico. Il risultato è che i nostalgici di un passato idilliaco – e non metto certo lei tra questi – provano a forzare gli schemi di ieri sulla situazione odierna, costituendo forme strutturali di divisione che sono all’opposto dei principi che vorrebbero difendere. Dei nostri maggiori che hanno costruito con fatica e sacrificio un periodo di pace, democrazia e prosperità dobbiamo mantenere vivo l’esempio. Abbiamo poi l’obbligo di trovare forme di responsabilità morale adeguate al mondo contemporaneo. Ciò significa mettere in atto un universalismo non astratto: forme concrete di difesa dei più svantaggiati nelle condizioni attuali, rispetto e cooperazione ai diversi livelli della nostra esperienza umana. Abbiamo già avuto la fantasia di formularle – penso a una Costituzione mondiale – ma non ancora il coraggio e la capacità di attuarle. In tal modo, caro Asola, non andrà persa l’eredità del passato, ma verrà rivitalizzata e arricchita. Sta a noi, in definitiva, essere all’altezza del compito e non finire ricordati dai nostri discendenti come la generazione che ha buttato alle ortiche una straordinaria esperienza di progresso.
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