Gli anglicismi ai Giochi e il nazionalismo linguistico

Un lettore segnala l'uso eccessivo di termini stranieri alle Olimpiadi. Ma se siamo proiettati verso un'integrazione europea più compiuta, inevitabilmente mediata dall'idioma di Londra, forse converrebbe incanalare le risorse sull'apprendimento di un buon inglese a scuola
February 27, 2026
Caro Avvenire, si sono conclusi da poco i Giochi invernali organizzati dall’Italia. Malgrado i successi, siamo rimasti amareggiati dalla qualità del servizio pubblico che ha seguito lo svolgersi delle Olimpiadi. Ci riferiamo, in particolare, alla conduzione televisiva e alla lingua usata, un italiano talmente saturo di parole inglesi da sembrare, in qualche momento, quasi una parodia. Per denominare le cose del mondo, l’inglese, lingua sana, usa le sue parole, spesso parole comuni e generiche; l’uso italiano odierno, anziché fare lo stesso, come una lente deformante trasforma qualsiasi parola inglese in un “tecnicismo”, dichiarato “intraducibile”, che nobilita il discorso e fa sentire cólto chi l’adopera. È, il nostro, un atteggiamento tutto provinciale, indice d’un malessere socioculturale prima ancora che linguistico. Soprattutto, è un atteggiamento inconsapevole, automatico, che ripete questi comportamenti senza nemmeno accorgersene. La maggior parte degl’italiani – anche persone che ritengono d’avere una certa cultura – manca oggi di coscienza linguistica: le nozioni in materia sono vecchi luoghi comuni. È ben noto che, nel processo ormai storico d’anglicizzazione della nostra lingua, i mezzi di comunicazione di massa svolgono un ruolo importante. Auspichiamo che i grandi quotidiani vogliano sollevare la questione
Daniele Manno e Giulio Mainardi
Segretario e Presidente dell’Api
Gentili Manno e Mainardi, specifico per i lettori che Api è acronimo di Associazione per l’italiano, con sede a Fano, e che vi siete rivolti a tutti i principali media del Paese. Il tema non è nuovo ma in relazione alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 ha senso tornarvi oltre, come dite voi stessi, molti luoghi comuni. I nuovi sport della neve, introdotti nelle recenti edizioni dei Giochi invernali, sono nati e hanno successo negli Stati Uniti e in una cultura giovanile internazionale che parla inglese e descrive in inglese gli elementi tipici della disciplina. Certo, in una telecronaca della Tv italiana si possono tradurre alcuni termini che hanno un facile corrispettivo nella nostra lingua, soprattutto quando si tratta di parole comuni, per nulla tecniche, come run (discesa), trick (acrobazia), grab (presa), jump (salto). D’altra parte, non mi pare uno scandalo utilizzare il gergo di quei mondi, così come nel calcio parlato si ricorre spesso a termini del tutto bizzarri e incomprensibili a non appassionati – uno per tutti: attaccare lo spazio – che potrebbero essere “tradotti” con locuzioni comuni. La mia impressione è che combattere contro gli anglicismi rappresenti oggi una battaglia forse “nobile” per qualcuno, in stile donchisciottesco, ma sostanzialmente perduta, e forse anche uno spreco di energie che potrebbero essere meglio indirizzate. Per esempio, a fare sì che gli italiani imparino davvero bene l’inglese – strumento comunicativo indispensabile – e non si limitino a una serie di sostantivi sconnessi che infarciscono il nostro eloquio quotidiano. Mi ha colpito, a un recente esame di abilitazione degli insegnanti di scuola secondaria superiore, come i candidati parlassero con sicurezza di cooperative learning, debate, circle time e così via nel descrivere gli strumenti didattici impiegati in linea con le indicazioni ministeriali (per inciso, “apprendimento condiviso”, “dibattito” e “discussione in cerchio” sarebbero altrettanto adeguati), ma poi non sapessero pronunciare correttamente capabilities o nomi di pedagogisti celeberrimi come John Dewey. Non faranno un buon servizio ai loro allievi di domani. Ci vorrebbe quindi più buon inglese sia a scuola sia in televisione, non per sostituire Dante con Shakespeare, ma per dare a ciascuno il suo e tutelare meglio entrambi. Quanto ai giornali, Avvenire è sempre stato attento a non usare immotivatamente parole straniere, senza però alcuna isteria sciovinista. Non voglio fare paragoni con precedenti nefasti, ma gli appelli a un nazionalismo linguistico e identitario non mi sembrano ciò che ci serve oggi, proiettati come dovremmo essere a un’integrazione europea più compiuta, mediata inevitabilmente da una lingua franca che è ormai l’idioma di Londra – in passato lo sono stati il latino e il francese – pur imbastardito nella sua versione internazionale e burocratizzata tipica delle istituzioni Ue. In definitiva, gentili Manno e Mainardi, benché adottiamo prospettive diverse, stiamo pur dialogando in italiano e pertanto vi auguro buon e ben mirato lavoro in favore della nostra, cara, lingua madre.

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