Un gemellaggio e lo sproloquio che ha bucato la rete

Il patto d’amicizia tra Calenzano e Jenin era l’occasione per un elogio del dialogo e un esercizio di speranza. Invece è scaduto nel disprezzo di un popolo che ha sofferto. Siamo dentro la logica perversa delle piazze digitali
February 13, 2026
Caro Avvenire, non si può deridere la sofferenza di un popolo e poi rifugiarsi nell’“ironia”. Le parole pronunciate in Consiglio comunale a Calenzano dalla consigliera di Fratelli d’Italia Monica Castro – che ha parlato del popolo palestinese come di «poveretti… storpi, tutti ridotti male, senza casa, senza nulla, non riconosciuti» – sono indegne di un’aula istituzionale. Non è una battuta infelice. È un linguaggio che umilia e disumanizza. E quando la disumanizzazione entra nelle istituzioni, la politica smette di essere servizio e diventa degrado. Non si può chiedere rispetto per sé e negarlo agli altri. Non si possono rivendicare radici cristiane e poi tollerare parole che calpestano la dignità umana.
Luca Salvi - Verona
Caro Salvi, molti si saranno imbattuti sui social media nel video in cui la consigliera di Fratelli d’Italia Monica Castro tenta di articolare in modo parodistico la sua contrarietà al patto d’amicizia tra Calenzano e Jenin, finendo con lo scadere nel disprezzo di un intero popolo che ha sofferto e che continua a soffrire enormemente. L’indignazione è giustificata, ma sarebbe sbagliato fare di una rappresentante comunale lo specchio di tutta la politica. Se consideriamo classe dirigente l’insieme degli amministratori pubblici, il conto supera abbondantemente quota centomila. Non si troverà in quel numero qualche eletto non all’altezza del proprio ruolo? Forse ben più di uno. Certo, in tempi in cui le assemblee non venivano riprese e trasmesse in streaming, gli “orrori” locali non raggiungevano le platee nazionali. E per qualche verso poteva essere meglio, visto che la visibilità non si tramuta quasi mai in continenza o stimolo a trasmettere un’immagine positiva di sé. Anzi, il potenziale palcoscenico allargato sembra stimolare performance tutt’altro che encomiabili. Mi pare che il caso della consigliera Castro più che della politica parli di tutti noi. Siamo dentro la logica perversa delle piazze digitali, dove – come ha scritto mercoledì su queste colonne Leonardo Becchetti – «un messaggio carico di rabbia, livore o attacco personale ottiene molto più seguito – like, commenti, repost – di una riflessione pacata che invita alla concordia e all’incontro tra le parti». Il gemellaggio tra città era proprio l’occasione per un elogio del dialogo e un esercizio di speranza. Molti l’hanno fatto, anche a Calenzano, però non li abbiamo visti. Ha “bucato” la rete lo sproloquio irrispettoso venato da un malriuscito tentativo di ironia. Potremmo caritatevolmente ipotizzare che la consigliera Castro non volesse disumanizzare i palestinesi (in seguito si è giustificata sostenendo di avere fatto «una provocazione»). A livello ideologico, la disumanizzazione è infatti un’operazione esecrabile, tuttavia sofisticata ed espressione di odio freddo e razionale.
«Non so quasi dove sia la Palestina; non mi interessa quello che vi accade; non voglio andare in luoghi tristi, dove si sta male» sono invece pensieri espressi in quell’intervento che, temo, molti condividano senza vera cattiveria. Pensieri figli di una certa egoistica noncuranza (la globalizzazione dell’indifferenza, la chiamava papa Francesco) per i destini di poveri e svantaggiati, le cui tristi vicende tendiamo a rimuovere. Si consideri a questo proposito la scarsissima eco suscitata dal probabile annegamento nel Mediterraneo di mille migranti durante i giorni del ciclone Harry. I settantamila uccisi a Gaza, per i quali ci siamo brevemente commossi, sono stati presto dimenticati, come se la fine della fase più pesante della guerra avesse già riportato confortevole normalità nella Striscia. E non abbiamo nulla contro i civili della Cisgiordania, eppure la proposta di affratellarsi con Jenin – che non promette di portarci benefici, anzi, magari qualche impegno – finisce con il suscitare risentimento. Insomma, caro Salvi, abbiamo bisogno di ripristinare, nel discorso pubblico e nella sfera educativa, una grammatica basilare dei sentimenti e delle priorità morali, di guardare la realtà che ci circonda al di là del nostro piccolo interesse. Una prospettiva pienamente cristiana, come lei giustamente suggerisce. Solo così eviteremo tristi spettacoli nei consigli comunali. E non solo lì.

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