Il consumo della carne di cavallo? No, amiamo gli animali

Un lettore chiede venga respinta la proposta di legge di Michela Brambilla sostenendo che "quello che uno vuol mettersi nello stomaco non è affare dello Stato". Ma la motivazione centrale della norma è etica, e risiede nella tutela del benessere di tutte le creature, che sono meritevoli di rispetto e tutela, pur con proporzionalità ed evidenti eccezioni. Il progresso morale passa anche da qui
March 3, 2026
Caro Avvenire, invito deputati, senatori e popolo italiano a respingere la proposta di legge di Michela Vittoria Brambilla e colleghi, mirata a vietare il consumo di carne di cavallo. L’alimentazione è un fatto personale, privato; quello che uno vuol mettersi nello stomaco non è affare dello Stato. Libertà di coscienza, di opinione (anche sugli animali), e quindi libertà di agire di conseguenza. Non sia mai che dal divieto di carne equina si passi al divieto di consumare carne in generale all’obbligo di essere vegetariani o addirittura vegani. In generale, l’animalismo è un errore madornale del nostro tempo. Gli animali non hanno sensibilità né capacità di pensare o provare sentimenti né, quindi, la dignità che viene loro ascritta dagli animalisti. L’animale vive nelle tenebre e nell’incoscienza, è un fascio inconsapevole di istinti.
Mariano Della Vedova
Caro Della Vedova, tenderei a fare una netta distinzione fra la (legittimamente discutibile) proposta di legge firmata dall’onorevole Brambilla di Noi Moderati e le sue (a dir poco antiquate, mi perdoni) considerazioni sugli animali non umani. Classificare giuridicamente i cavalli e tutti gli equidi (asini, muli e bardotti) come animali d’affezione, in analogia con cani e gatti che non possono essere maltrattati, comporta anche la loro esclusione dalla filiera alimentare. Per questo si prevede di vietare la macellazione finalizzata alla vendita di carne, con sanzioni amministrative e penali molto severe (tra l’altro, reclusione da 3 mesi fino a 3 anni), rivolte però agli allevatori e non ai consumatori. In caso di approvazione della legge, non vi sarebbe pertanto una proibizione diretta di mangiare bistecche di cavallo, bensì di metterle in commercio (ma anche di prodursele in fattorie illegali). Si pensa infine di stanziare fondi per la riconversione degli allevamenti in attività alternative, quali turismo equestre, centri di recupero e ippoterapia.
La motivazione centrale della norma è etica e risiede nella tutela del benessere animale. I cavalli non dovrebbero essere visti come bestiame da portare in tavola, ma come esseri senzienti caratterizzati da una lunga relazione speciale con l’essere umano, animali da compagnia piuttosto che fonte di proteine. Se è vero che la maggior parte degli italiani già oggi rifugge dal nutrirsi di equidi, operatori economici e non solo si oppongono al bando totale per gli effetti negativi sul settore o perché non condividono, come lei, caro Della Vedova, la concezione dei cavalli come entità viventi dotate di status morale che non possiamo ignorare.
E veniamo quindi alla sua descrizione degli animali quali meri automi, come una semplificazione storiografica faceva dire un tempo a Cartesio. Definendosi “ex docente liceale di filosofia”, lei sa bene che probabilmente neppure il grande intellettuale del Cogito pensava davvero che un leone non soffrisse se torturato o un cane non si affezionasse al suo compagno umano. L’animalismo è un movimento recente che prende sul serio la capacità di tutti gli esseri senzienti di provare esperienze soggettive (dal dolore a emozioni più complesse), seppure in gradi differenti. Se prima difendevamo le specie a rischio di estinzione come entità collettive, ora vediamo che ciascun individuo ha un valore e un diritto a non essere danneggiato, che è poi la forma basilare di status morale. Se non la convincono studiosi come Peter Singer, Tom Regan e Martha Nussbaum, può riferirsi a Francesco d’Assisi, che dava il suo mantello per riscattare gli agnelli e sottrarli alla griglia. E oggi gli animali entrano in chiesa e vengono benedetti.
Penso tuttavia che, oltre a esperimenti e ragionamenti teorici, non ci sia nulla come osservare con attenzione gli animali nel loro ambiente e nel rapporto con noi per comprendere, non solo razionalmente, i molti modi in cui possono soffrire ed esprimere sentimenti, oltre a essere intelligenti in forme diverse dalle nostre. Le consiglio, tra i tanti, il bellissimo libro di Carl Safina Al di là delle parole. Che cosa provano e pensano gli animali, pubblicato qualche anno fa da Adelphi. Certo, ci sono eccessi dell’animalismo contemporaneo, eppure pensiamo al radicalismo antichissimo della religione giainista, per la quale è male anche schiacciare inavvertitamente una formica. Si sbaglia ad amare un gatto più di un bambino, ammoniva papa Francesco. Non serve però esagerare nel biocentrismo per convincersi che tutte le creature sono meritevoli di rispetto e tutela, pur con proporzionalità (dalle scimmie ai ragni) ed evidenti eccezioni (le zanzare portatrici di malaria). Il progresso morale, caro Della Vedova, passa anche di qui.

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