domenica 8 ottobre 2023

Quando lo slancio umanitario non si traduce in regole giuste, finisce con l’affievolirsi, si dimentica la pietà e si fa persino guerra alla solidarietà Caro Tarquinio, per Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi sono stati celebrati funerali di Stato e indetto il lutto nazionale. Con una variante. Per l’ex presidente della Repubblica la cerimonia è stata in forma laica, alla Camera; per l’ex premier in chiesa, nel Duomo di Milano. Per curiosità, sono andato a vedere quali furono i funerali di Sandro Pertini, socialista, scomparso nel 1990, forse – assieme a Carlo Azeglio Ciampi – il presidente della Repubblica del nostro passato più amato dagli italiani. Era ateo, ma grande amico di Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II; e per espresso suo desiderio non vi furono esequie pubbliche, e tutto fu svolto in forma intima, riservata ai familiari (l’unico a poter partecipare fu il suo successore Francesco Cossiga). Altri pensieri e altre curiosità. Per le cinque vittime tra i lavoratori ferroviari di Brandizzo, Michele Serra aveva avanzato richiesta di funerali di Stato, impossibile anche per il parere contrario dei familiari. Per questo a mio parere è valso molto, persino di più, il gesto del presidente Sergio Mattarella, che ha deposto una corona di fiori all’ingresso della stazione di Brandizzo. Per le 21 vittime (ci sono anche 15 feriti) del bus precipitato mercoledì sera dal cavalcavia di Mestre, invece, il Veneto ha osservato tre giorni di lutto regionale. Mi chiedo perché non sia stato dichiarato un lutto europeo, considerato che tutte le vittime, a eccezione di un sudafricano, sono europee (anche se non tutti cittadini Ue): 9 ucraini, 4 romeni, 3 tedeschi, 2 portoghesi, un croato e l’autista italiano Alberto Rizzotto. Forse conta il fatto che siano decedute in suolo italiano? Quale forma di funerale meritano allora nel nostro Paese le migliaia di vittime tra i migranti caduti nel «mare nostrum»? Non meritano, forse, lutti e funerali nazionali o internazionali? Dovremo deciderci a chiamarli «funerali dell’umanità»…

Stefano Masino

Caro Tarquinio, il dibattito pubblico e quello politico sempre più spesso appaiono slegati dal vissuto quotidiano. Abbiamo appena ricordato con immensa tristezza il terribile naufragio di Lampedusa del 2013, ma in dieci anni, nonostante altre decine di migliaia di morti nel Mediterraneo, poco o niente è cambiato, anzi: si impostano campagne elettorali sul “blocco navale” e si varano decreti in serie per contrastare un fenomeno che invece esigerebbe solo di essere governato. Siamo in una società che invecchia e in cui si regola anche la professione di toelettatore per cani, ma dove nessuno trova necessario istruire e regolare le persone “badanti” che sempre più numerose accudiscono i nostri anziani. Così la cura di soggetti fragili, indifesi, spesso invalidi, viene affidata al passaparola e a donne e uomini che, molte volte, parlano poco l'italiano e/o sono completamente privi di qualsiasi formazione. Invece di agitare spettri, polemizzare, costruire centri, pagare aguzzini, non sarebbe più utile costruire un percorso per formare un personale di cui abbiamo drammaticamente bisogno? Possibile che mai si parli di un problema che riguarda milioni di famiglie, e che sarà sempre più acuto dato che l'invecchiamento della popolazione si accompagna al progressivo venir meno del supporto familiare?

Matteo Cherubini

Gentile Marco Tarquinio, nell’Italia e nell’Europa di oggi tornano di particolare attualità le parole di Antonia Pozzi in una lettera indirizzata a un amico il 27 settembre 1938 (poco più di due mesi prima di darsi la morte): «E soprattutto, siamo stufi di prepotenze, di soprusi, di aggressioni che sui giornali diventano “sacrosanti diritti”, degli urli della folla anonima ridotta allo stato di bestia cieca, della repressione barbara e retrograda di ogni voce umanitaria, del quotidiano capovolgimento della realtà di fatto»; dove, aggiunge, si è perduto «il senso che domina noi giovani: quello della libertà di coscienza». In un passo del testamento che scrisse leggiamo: « Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite».

Gabriele Scaramuzza

Nella settimana che oggi si chiude abbiamo commemorato a dieci anni esatti da quel disastro umanitario, i 368 morti che hanno reso tristemente indimenticabile il 3 ottobre 2013. Un orrore evitabile, come tutti i naufragi assassini che nel Mediterraneo hanno continuato ad avvenire sulle rotte delle migrazioni forzate e rese forzatamente irregolari da norme sbagliate (in Italia da più di vent’anni quelle della cosiddetta legge Bossi- Fini) che hanno via via “bombardato” e distrutto quasi tutte le vie regolate e controllate di movimento verso il nostro Paese e l’Europa di richiedenti asilo ed emigranti provenienti dall’Africa, dal Vicino Oriente e dall’Asia centrale. Una settimana dopo morirono nello stesso braccio di mare altre 200 persone, in quella che viene ricordata come la “strage dei bambini” (faccio fatica ancora oggi a scriverlo, e tanto più dopo che a Lampedusa, nei giorni scorsi, ho condiviso le parole e le preghiere e ho visto le rughe e le lacrime di un padre, allora in fuga dalla guerra di Siria, che in quella tragedia perse quattro figli). Nel giro di una settimana l’Italia decise e attuò in solitudine l’operazione Mare Nostrum. Un dispositivo navale e umanitario senza precedenti che per poco più di un anno presidiò il canale di Sicilia e riuscì a trarre in salvo circa 150mila esseri umani. Il presidente del Consiglio che volle Mare Nostrum era Enrico Letta e guidava un governo di larga coalizione, quello che ne decise la fine fu Matteo Renzi e guidava il governo di centrosinistradestra nato dopo le scissioni nel Pdl berlusconiano. Ci fu l’indispensabile coraggio del soccorso, mancò poi la lucidità e la tenacia necessarie per riformare le regole italiane ed europee, anche nel senso della strutturazione di quel welfare sussidiario e familiare che il lettore Cherubini auspica. Ci si avviò, anzi, su un piano inclinato che ancora oggi sembra non avere fine, nonostante troppe nuove tragedie, il perpetuarsi degli egoismi nazionalisti di diversi Paesi della Ue e dure e sempre più imbarazzanti condanne (anche a carico dell’Italia) da parte di organismi internazionali. Quando lo slancio umanitario non si traduce in regole giuste e nell’avvio di processi virtuosi, finisce esso stesso per affievolirsi, mentre prendono piede derive disastrose, come quella che viene amaramente documentata su queste pagine e che nel 2019 battezzai “guerra contro la solidarietà”. Una guerra condotta in sempre nuove forme e che viene alimentata, come avverte Stefano Zamagni, soprattutto da una gravissima e crescente aporofobia (la paura dei poveri, che si fa disprezzo e odio per essi). In questo clima e dentro queste (il)logiche si è arrivati a “punire” con multe e arresti (ovvero provvedimenti di fermo in porto) chi non per dovere d’ufficio ma per dedizione volontaria (e “non governativa”) salva vite umane in mare. Le ong sono finite, quasi stritolate, anche nel braccio di ferro tra governi che ha opposto Roma e Berlino per un mini-finanziamento tedesco da 2 milioni euro ad alcune di esse (per avere un termine di paragone la Germania ha creato un fondo da 100 miliardi per la spesa militare). Qualcosa di mai visto, se non appunto nelle guerre più atroci e nelle propagande di guerra più ciniche. Qualcosa che grava sulla coscienza di chi pianifica e consente tutto ciò. Non solo una cronaca violenta e assurda, ma già una pagina di storia, della nostra storia, vergognosamente nera. Le roventi e sconsolate annotazioni di Antonia Pozzi, che il lettore Scaramuzza, consegna alla riflessione di noi tutti, risuonano come un monito potente e persino amplificato dall’attuale livello di «repressione barbara e retrograda di ogni voce umanitaria» e dal «quotidiano capovolgimento della realtà di fatto». Realtà che è quella di un ingiustificabile respingimento costi quel costi, nei fatti con un rigetto anche “a morte”, delle vite, delle speranze, delle abilità e delle competenze di persone che hanno la colpa di essere nate alla latitudine per noi sbagliata e del dileggio che giunge sino alla criminalizzazione di chi contrasta questo enorme scandalo dell’indifferenza e dello scarto. Esattamente le tentazioni maligne alle quali papa Francesco ci chiede di resistere. Se non se ne siamo capaci, non si concretizza un fallimento soltanto personale, ma si compie una tragedia collettiva: morale, esistenziale e politica. Il risultato sul fronte delle migrazioni dal Sud del mondo, come non si stanca di denunciare Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 ottobre, è una terribile serie di «morti invisibili» nel mare e, prima ancora, nei deserti che portano al mare. Ma, in verità, morti invisibili non esistono, esistono i morti che non si vogliono vedere e che non si fa niente per scongiurare. Ha ragione il lettore Masino: siamo ai «funerali dell’umanità». E non ci riuniamo per essi né in chiesa né in qualche altra laica a sede. Giriamo la testa e lasciamo che ci venga riempita di parole taglienti e vuote di verità, proprio come certe pagine di giornale e troppi racconti e dibattiti radiotelevisivi e digitali. Riapriamo gli occhi, cambiamo questa politica, freniamo la deriva, facciamo finire questi funerali. Ognuno ha il suo pezzo di responsabilità e un po’ del potere per farlo.

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