giovedì 12 luglio 2018
A volte anche i film hanno bisogno di una seconda occasione. Prendete Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, uscito per la prima volta nel 1988 senza alcun successo e poi riproposto l'anno successivo, in una versione molto rimaneggiata e presto salutata come un capolavoro. Bene, ma a quel punto l'autore chi è? Il regista o il produttore (in questo caso Franco Cristaldi) che ha preso la decisione di snellire, tagliare e montare in altra forma? È una domanda che si ripete spesso nella storia del cinema, magari con una diversa distribuzione dei ruoli. Il regista, di solito, rimane come termine di paragone, contrapposto spesso allo sceneggiatore (si pensi al rapporto tra Federico Fellini ed Ennio Flaiano) se non addirittura a uno degli interpreti.
Un tentativo di risposta, in effetti, viene proprio da Nuovo Cinema Paradiso, che assegna allo spettatore un ruolo fondamentale. È il pubblico, sembra dirci Tornatore, che si appropria del film, commuovendosi e spaventandosi, immedesimandosi nella trama oppure ribellandosi a un finale che trova insostenibile. Così accadeva, almeno, nell'epoca in cui Nuovo Cinema Paradiso è ambientato, e cioè negli anni Quaranta e Cinquanta, quando anche in Italia quella del "buio in sala" era un'esperienza collettiva e insieme ipnotica, che sfruttava la natura genuinamente popolare del cinema per scatenare emozioni e riflessioni altrimenti inimmaginabili.
L'eroe di questa epopea è, com'è noto, Alfredo (un istrionico Philippe Noiret), il vecchio proiezionista che introduce ai misteri della pellicola il piccolo Totò, che del racconto è il vero protagonista. Romanzo di formazione oltre che elogio del cinema, il film di Tornatore segue l'evoluzione del personaggio dall'infanzia all'età adulta, con una staffetta tra attori che parte dal giovanissimo Salvatore Lo Cascio, prosegue l'adolescente Marco Leonardi e si conclude con Jacques Perrin. Ormai adulto, Totò è un regista affermato, che non torna da tempo a Giancaldo, il paesino siciliano in cui si è svolta la sua educazione artistica e sentimentale. Della prima si incarica Alfredo, che nella cabina di proiezione si trasforma in una specie di sciamano, lasciando intuire al bambino l'esistenza di un mondo più vasto e misterioso, fatto di sogni e di racconti. E sarà attraverso una favola, ancora una volta, che Alfredo cercherà di far comprendere a Totò quanto possa essere contraddittorio e perfino ingiusto l'amore.
Una lezione più malinconica che amara, com'è del resto tutto il film, nel quale la memoria assume un'importanza sempre più evidente. Memoria dei personaggi, in primo luogo (Nuovo Cinema Paradiso è costruito su un lungo flash back del protagonista), ma anche memoria degli spettatori, di quello che è stato visto e perfino non visto. In un rispecchiamento involontario tra finzione e realtà, accade nel film quello che accadrà in seguito nel passaggio dall'ambizioso director's cut di Tornatore alla versione più commerciale e fortunata voluta da Cristaldi. Anche in Nuovo Cinema Paradiso, infatti, ci sono pellicole tagliuzzate e ricucite. A disporre gli interventi è il parroco del paese che, in quanto gestore della sala, si preoccupa molto della moralità degli spettacoli proposti. Via tutti i baci, dunque. Ma da qualche parte quegli abbracci appassionati dovranno pur finire, no? Totò lo scoprirà soltanto alla fine, in una rivelazione che coincide con il trionfo del cinema stesso. Ma quelle scene ingenuamente censurate appartengono già all'esperienza e quindi alla memoria degli spettatori che le hanno viste altrove: ciascuno di loro ha il suo film in mente, ciascuno di loro ha dato una seconda occasione a quella storia, rendendola indimenticabile.
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