Sguardi da una finestra: affetti perduti nella brulicante vita di una città qualunque
sabato 27 marzo 2010
Le finestre del mattino in una strada di città costruite tutte uguali hanno preso, con il tempo, una fisionomia diversa una dall'altra. È appena passato il primo chiarore dell'alba e c'è già una finestra aperta: qualcuno ha caldo. Altre ben chiuse, nascoste dietro le tapparelle dipinte di bianco ci fanno pensare al sonno ancora profondo di chi vi abita. Dalla posizione di ogni finestra si potrebbe immaginare il tipo di giornata del proprio vicino. A esempio, quel balcone del secondo piano dove si affaccia una vetrata chiusa dalle grate ha certamente un inquilino poco portato alla fiducia nel prossimo. All'ultimo piano invece, dietro le tende arricciate come si usavano nell'Ottocento, abita certamente una donna perché non mancano i vasi di fiori neppure d'inverno e più in là ecco una famiglia che nasconde i panni stesi dietro una cortina di rampicanti che si affannano a coprire un intero terrazzo. Una finestra si apre, qualcuno si alza presto per andare al lavoro. Il sole scopre la sua strada dietro una nebbia leggera. Si alza il pianto di un bambino. Poi tace, qualcuno lo ha cullato. C'è un silenzio sospeso come se nessuno volesse affrontare il nuovo giorno, anche chi non ha dormito la notte. È un momento di tregua con la vita che fra pochi minuti ci spingerà fuori con le sue domande, a pretendere risposte pronte, decisioni veloci. Una donna esce con il suo cane e gli permette appena di fermarsi pochi minuti per le sue necessità perché si accorge che è tardi, farà solo il giro della palazzina, gli dovrà bastare fino a questa sera. Un albero che fino a pochi giorni fa sembrava stremato per il grande freddo questa mattina ha una cascata di fiori bianchi e ci accorgiamo che è primavera. Un aereo taglia il cielo, sembra un avvertimento perché d'improvviso il quartiere si sveglia, ritrova i suoi rumori, due bambini escono con le gracili spalle appesantite da enormi zaini pieni di libri, una donna scuote le lenzuola dalla sua finestra, due ragazzi parlano su un terrazzo dove un uomo prende il caffè già con la borsa in mano, pronto per uscire. Non ha tempo per un saluto d'affetto, guarda l'orologio, è già tardi.
Tutto questo guardando dalla mia finestra un mattino. Ma chi è questa gente con la quale divido l'aria, i rumori del giorno, i silenzi della notte, forse l'insonnia, forse il dolore o le gioie segrete. Nella città si vive vicino e si può non conoscerci per anni e scambiarsi solo un buon giorno o una buona sera quando ci si incontra inevitabilmente sulle scale o in ascensore. Quanta affettività perduta. Dice Gabriel García Márquez in una ultima lettera agli amici: «Se sapessi che questi sono gli ultimi minuti in cui ti vedo ti direi "ti amo" senza assumere, scioccamente, che lo sai già... Il domani non è assicurato a nessuno, giovane o vecchio. Oggi può essere l'ultimo giorno che vedi coloro che ami. Perciò non aspettare più, fallo oggi, perché se il domani non dovesse mai arrivare, sicuramente lamenterai il giorno che non hai preso tempo per un sorriso, un abbraccio, un bacio, e che sarai stato troppo occupato per concederti un ultimo desiderio. Mantieni coloro che ami vicino a te, dì loro all'orecchio quanto ne hai bisogno, amali e trattali bene, prenditi tempo per dire: mi dispiace, perdonami, per piacere, grazie e tutte le parole d'amore che conosci. Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti».
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