Serena sia un po' più serena. E noi parliamo di Naomi
mercoledì 12 settembre 2018
Sarebbe stato bello poter leggere dei complimenti a Naomi Osaka per la splendida vittoria agli US Open di tennis. Sarebbe stato bello raccontare del suo sguardo timido, commosso, rispettoso dell'avversaria, nascosto sotto la visiera del cappellino abbassato sugli occhi, dopo l'ultimo punto. Sarebbe stato bello parlare della storia di una ragazza giapponese di vent'anni capace di realizzare il suo sogno alla prima finale importante, capace di demolire con la tecnica e con la testa un mostro sacro del tennis mondiale come Serena Williams. Sarebbe stato bello parlare dei cicli dello sport che, proprio come succede in natura, fanno sì che arrivi il giorno in cui i grandi campioni cedono il passo a giovani emergenti, talentuosi, affamati. Invece no. Della vicenda della finale degli US Open si parla considerando Naomi Osaka, la giovane vincitrice, un accessorio. Non si parla d'altro che del j'accuse della trentaseienne Serena Williams urlato, fra le lacrime, nei confronti di un arbitro che ha osato applicare il regolamento. Carlos Ramos, infatti, stimatissimo arbitro designato per la finale, prima la richiama per un «illegal coaching» (nel tennis è proibito che l'allenatore comunichi con il suo atleta), poi la penalizza di un punto per aver rotto una racchetta dalla rabbia e infine di un game dopo essersi preso del «ladro, disonesto, sessista».
Di tutta la vicenda colpiscono due tesi contenute nella frase simbolo del Williams-pensiero: «Lo sapete tutti quello che ho fatto per arrivare fin qui, se fossi stato un uomo tutto questo non sarebbe successo». Proviamo ad analizzare i due passaggi che compongono, insieme, il concetto. Quel «lo sapete tutti quello che ho fatto per arrivare fin qui» mette insieme la carriera, la recente gravidanza e il conseguente sforzo per tornare ad altissimi livelli, l'ossessione per la vittoria nonostante età e maternità. Sacrosanto. Peccato che qualche campione talvolta si dimentichi che il proprio avversario ha fatto gli stessi sforzi e gli stessi sacrifici, ha provato lo stesso dolore, si è nutrito della stessa fatica e ha gli stessi sogni. Questa parte della frase ricorda da vicino l'altrettanto infelice uscita di Gianluigi Buffon quando accusò l'arbitro inglese Oliver di aver assegnato un rigore al Real Madrid al 96° minuto: «distruggendo una squadra che ha dato tutto in campo» e dunque, a suo giudizio, dimostrando di «avere un bidone della spazzatura al posto del cuore». In sostanza la Williams, come il Buffon di Champions League, reclama un rispetto che dovrebbe prescindere dalle regole, un occhio chiuso di fronte alla storia, al palmares, all'età.
Beh, lo sport non funziona così. Lo sport resta uno dei pochissimi territori dove la meritocrazia ha modo (non sempre, ma spesso) di emergere. Di trattamenti di favore è pieno tutto il resto del mondo, dalla politica all'economia, che almeno lo sport ne resti fuori. Altrettanto (o forse più) sconcertante, la seconda parte del pensiero della Williams: «Se fossi stato un uomo tutto questo non sarebbe successo». Perché? Come? Quando? Soprattutto: che c'entra? Lei, donna, ha infranto il regolamento e insultato volgarmente un arbitro (uomo) dandogli del «ladro». La sua avversaria, ovvero colei che avrebbe potuto essere penalizzata se l'arbitro avesse fatto finta di niente, era una donna. Questa seconda parte del Williams-pensiero sembra proprio buttata un po' lì per giustificare quella che è stata una crisi isterica o uno psicodramma.
Nel tennis succede che qualche atleta (uomo o donna) perda la testa e venga penalizzato proprio come successo alla Williams. Lo sappiamo bene noi italiani che abbiamo un campione del settore: Fabio Fognini. Purtroppo l'ego fuori controllo di alcuni giocatori di tennis non è una novità. Restano, a fare da contrappeso, splendide storie di sport di campioni che hanno saputo riconoscere il passo dei tempi e lasciare in eredità bellezza, equilibrio, armonia, in qualche modo altruismo. Un esempio? Manu Ginobili, che recentemente ha salutato, con grazia, la sua vita di campione. Insomma, sarebbe bello chiudere questa vicenda (andata in scena in un tempio del tennis che porta il nome di un campione assoluto di sport e senso civico, quell'Arthur Ashe che vinse gli US Open proprio cinquanta anni fa) con il più bel gesto anti-sessista possibile: delle scuse e dei complimenti veri e sinceri di Serena Williams a Naomi Osaka, ovvero il futuro. Perché se qualcosa a Flushing Meadows è stata "rubata", altro non è che la luce su una splendida vittoria di una giovane campionessa che ha sconfitto il suo (ex) totem.
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