domenica 3 dicembre 2023

Caro Marco Tarquinio,
Dio sembrerebbe non scomodarsi. Non interviene. Troppo lontano. È questo il suo modo di risponderci? Silenzio. Sono sempre più stufa di questo pianeta violento, che non ci aiuta a compiere alcuna evoluzione, alcun salto, forse per questo non siamo poi così cari a Dio... Questa sua assenza l’abbiamo fatta coincidere con il libero arbitrio... ma più verosimilmente mi sembra che Dio non sia interessato ai troppi umani ormai senz’anima. Perché sprecare energie per un pianeta soggiogato da parassiti che replicano l’inganno del mors tua vita mea, dell’occhio per occhio, del dare solo per avere? Se fossimo davvero umani, ad esempio, saremmo felici di accogliere, di donare, senza necessariamente averne un ritorno. Eppure non nasciamo così, non siamo stati creati per vendere e sopraffare, però veniamo fagocitati e sistematicamente educati, a volte anche a forza, a questo... meretricio. E se non sei così, sei fuori. Chi ascolta gli insegnamenti del Cristo! Stiamo attenti... Questo sfogo è forse una bestemmia contro lo Spirito?

Patrizia Sole


Caro Tarquinio,
da qualche parte ho letto che le onde non si arrendono mai. Ma anche i fiocchi di neve non sono da sottovalutare. Scendono soffici, ma questa delicatezza diventa fermezza e ostinazione nel ricoprire con un manto bianco anche le superfici più sporche, ridando una patina nuova e candida. Come per una buona fine/inizio. Sarà forse per quel candore bianco che si era fermato su un tornello all’uscita di una pista di ghiaccio a Mosca, che un uomo, Dmitrij Fijodorov, ha deciso di imprimerci con le dita la scritta “no alla guerra”. E per questo è stato condannato a dieci giorni di carcere. Dieci giorni per una scritta sulla neve destinata a sparire. Questo succede nei regimi: anche una piccola impronta è un atto di insubordinazione, un’insurrezione da fermare all’istante. Speriamo che quella piccola impronta sia un inizio. E che fiocchino scritte (proprio come la neve), che la neve si ghiacci e le lasci impresse. Parole, idee e scritte fanno ancora paura: la penna continua a ferire più della spada. Le armi incutono solo terrore, le idee sono un seme che se germoglia è irrefrenabile. Si è sempre pensato che il Generale Inverno fosse un fattore decisivo nelle guerre combattute in Russia, paralizzando gli attacchi. Ma forse il Generale Inverno ha sempre voluto una cosa sola: congelare i conflitti, non gli uomini. E se la neve è contro la guerra un giorno magari lo sarà anche l’uomo.

Daniele Piccinini


Caro Tarquinio,

è sconcertante la caduta della politica estera italiana. Sacrosanta la presa di posizione contro il terribile massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, ma perché non per un cessate il fuoco a Gaza, dove l’azione militare israeliana ha calpestato il diritto umanitario internazionale e i princìpi di proporzionalità assimilando un intero popolo ai terroristi? Sacrosanta la condanna di Putin, ma perché si persevera, dopo quasi due anni di guerra aperta in Ucraina, con centinaia di migliaia di morti e di lutti, sulla via della guerra e delle armi? Perché si rinuncia ad interrogarsi sulle cause che han provocato questa guerra d’Europa e gli orrori nel Vicino Oriente e si ostacola o si rimane indifferenti verso chiunque cerchi di trovare una soluzione negoziale o un compromesso? Perché l’informazione bellicista continua a rifuggire dal confronto e chiunque la pensi diversamente (e non sostenga la follia della guerra) si ritrova addosso il distintivo di filo putiniano ieri e di antisemita oggi o comunque di spacciatore di balle? Perché la grande informazione non invoca per i palestinesi i sacri princìpi (tutela di scuole e ospedali, vittime innocenti, crimini di guerra, corte penale internazionale...) usati per giustificare il prolungamento del conflitto in Ucraina? Ci stiamo giocando la democrazia e la pace. E quando i popoli rimangono indifferenti al dolore di altri popoli in guerra, non aiutano la politica a ritrovare la sua ragion d’essere. Ci siamo persi, e non sappiamo riprendere la giusta via.
Francesco Masut

Caro Tarquinio,
alcune tra le vittime israeliane del 7 ottobre 2023, penso in particolare a Vivian Silver, aiutavano i palestinesi abitanti di Gaza. Persone pacifiche, si sono trovate “messe in mezzo”. Schiacciate tra due estremismi alleati per colpire l’innocenza. Prima in Israele e poi a Gaza. Quando il bene comune viene sacrificato per gli interessi di gruppi, gli “io” si polarizzano e si attraggono in coacervi mostruosi che possono produrre violenza cieca. Da Erode a Pilato, da Hamas a Netanyahu. Chi categorizza il male in assoluto e no, spesso lo fa per giustificare il male relativo che serve ad estirparlo. La morte di innocenti, siano ostaggi o civili è un male relativo, se si elimina chi rientra nella categoria del male assoluto. È un ragionamento che può portare al disastro. Non c’è bisogno di giuridici per capire che, se si puniscono innocenti si diventa colpevoli! Perciò, invece di accapigliarci per decidere chi è il “più colpevole”, deponiamo le pietre per la lapidazione e facciamo il possibile per quietare gli animi nostri e dei nostri fratelli. Ci siano di esempio Vivian Silver e il figlio Yonatan Zeigen, che, persa la madre dichiara: «Siamo stati vigliaccamente attaccati e vigliaccamente attacchiamo.» Le persone pacifiche non attaccano, piuttosto muoiono e la loro morte è testimonianza. Testimoniano il Dio che scrive sulla pietra : non uccidere.
Giovanni Domenico Quadrio


Se le onde non si arrendono, pensate davvero che lo faccia Dio? Il Dio-Amore in cui crediamo? È vero: nel mondo degli uomini e delle donne ogni giorno si continua a seminare dolore e a versare sangue, ma tutti gli errori e gli orrori di cui siamo capaci non cancellano il bene che pure accade, mantenendo tenacemente viva la speranza e dimostrando che essa non è vana. E ci sono persone che sfidano l’accusa di disfattismo o di filoputinismo o di antisemitismo o, al contrario, di filosionismo o di ingenuo pacifismo per difendere il diritto a esistere in pace di tutti e di tutte.

Alcune di queste persone sono disposte a essere insultate per i loro pensieri e la loro determinazione – e, francamente, lo dico per esperienza diretta, è il meno. Perché quando su qualunque tema, e tanto più su quelli della pace e della guerra, si ragiona con forza e argomenti ma senza violenza, tanti ascoltano e più di qualcuno – anche di assai diverso parere iniziale – non ha paura di ascoltare e di essere ascoltato, accettando la discussione e approdando a una visione diversa o, almeno, più complessiva. Altre persone, invece, affrontano il rischio di finire in galera anche solo per aver scritto sulla neve, come Dmitrij Fijodorov, o su cartellini di supermercato, come Alexandra Skochilenko, un semplice e netto “no alla guerra”. Altre persone ancora non soltanto si rifiutano di ammazzare, ma – pur senza cercare la morte – accettano addirittura la possibilità che la loro scelta non violenta possa portarle a essere ammazzate. È una scelta – comunque la si pensi e qualunque fede si nutra – che assomiglia al sacrificio di Cristo, e che proprio come quella croce può apparire irrazionale e scandalosa. Ho una speciale ammirazione e un’infinita gratitudine per le donne e gli uomini di pace che hanno questo coraggio nudo e povero e, perciò, definitivo. Soprattutto in questo periodo per coloro che vivono e testimoniano il “non uccidere” a Gaza e in Israele, in Ucraina e in Russia. Penso che ciascuno di loro presti la voce e le mani a Dio. E a Dio consentano di “intervenire” nella storia anche attraverso la libertà degli esseri umani. Questa umiltà di Dio per me è affascinante come una poesia e concreta come la vita di quanti sono capaci di tanta generosità e di tanta efficacia controcorrente.

Forse, a questo punto è bene fare altri esempi concreti e metterli accanto a quelli bellissimi di Dmitrij, di Vivien e Yonatan contenuti in due delle lettere con le quali dialogo oggi. Il primo è sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere: il fiume di solidarietà che anche dall’Italia si riversa in Ucraina, aiuti disarmati e non violenti che non alimentano la guerra, ma le persone colpite dalla guerra e dalle armi che in essa vengono usate. La seconda esemplare testimonianza la prendo dal continente latino-americano dal quale, mentre scrivo queste righe, sto per ripartire alla volta dell’Europa. Penso alla Comunità di Pace di San José de Apartadó e al giovane uomo che ne è leader, Germán Graciano Posso, che molti lettori (non solo di “Avvenire”) conoscono grazie agli articoli di Lucia Capuzzi, inviata di questo giornale, e che tanti altri hanno potuto scoprire anche nel nostro Paese quando nel 2019 gli venne attribuito dalla Focisv uno dei suoi prestigiosi riconoscimenti nell’ambito del Premi per il Volontariato internazionale. Germán è nel mirino dei violenti protagonisti delle guerre intestine che ancora lacerano la Colombia in caparbia ricerca di riconciliazione. E infatti hanno tentato di ucciderlo, assassinio sventato dalla mobilitazione di massa e nonviolenta dei suoi. Una fraterna e forte solidarietà senz’armi che, da quel momento, si è fatta permanente scorta pacifista.

Tutti gli uomini e le donne di pace sono fratelli e sorelle tra di loro, e danno carne e sangue e anima all’idea dell’esistenza di una sola famiglia umana, ma tra i due esempi c’è pure uno specifico, stretto legame creato dalla presenza preziosa in entrambe le situazioni, insieme ad altri che arrivano da diversi cammini, di uomini e donne di Operazione Colomba, i “sognatori” organizzati e sostenuti dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, l’associazione fondata da don Oreste Benzi.

Mentre la grande politica latita, in Italia e in Europa, e mentre le Nazioni Unite sono paralizzate dalla pretesa dei vincitori di far finire la storia all’indomani della Seconda guerra mondiale, cristallizzando ruoli di potenza (e prepotenza), c’è chi non smarrisce la “giusta via” e continua a percorrerla anche nella piccolezza, tra le vittime designate dei massacri che – ricordiamocelo – non sono mai inevitabili. È un cammino che viene fatto per fede in Dio e nell’umanità, ed è una lezione politica popolare e a tutto tondo. Se tutti costoro prestano voci e mani a Dio, quelli che fanno il mio mestiere potrebbero almeno dar loro un po’ più di voce. Già così, il nostro sguardo sul mondo e il mondo stesso saranno migliori. Come la terra quando cade la neve, e si ha un luogo caldo su cui contare e da cui godere di quel candore.

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