sabato 26 febbraio 2011
Èfinito il tempo quando le rivoluzioni venivano guidate o sofferte nell'arco chiuso delle frontiere di un solo Paese. Allora si poteva continuare a vivere tra la propria gente tranquillamente mentre l'interesse agli avvenimenti era dato dalla stampa, le notizie alla radio come fatti riguardanti situazioni lontane. Anche nel primo periodo della televisione si potevano guardare i resoconti dei nostri giornalisti dai Paesi in guerra come lo scorrere di un film, con una nostra partecipazione appena mossa dall'interesse o dalla curiosità. Lontane sembravano le ferite, appena visibili le sofferenze. Ora tutto è cambiato ed è inutile credere di non essere coinvolti in questa rivolta dei popoli del Mediterraneo che cercano di liberarsi dei propri dittatori. Dobbiamo fare i conti noi occidentali anche con le scelte fatte anni addietro quando per motivi di pace abbiamo promosso contratti economici con chi non dava libertà alla propria gente, ma la politica non è una materia perfetta, molto spesso è portata a scegliere il male minore. Oggi non c'è possibilità di scelta: i nostri fratelli arabi e africani arrivano sulle terre che chiamiamo nostre e non c'è legge umana che possa impedire loro di salvarsi. L'egoismo di chi crede di poterli rifiutare non avrà successo anche se aprire le porte imporrà a noi sacrifici in termini non solo economici. Anche i nostri figli non trovano lavoro, anche le nostre famiglie faticano a non cadere nella povertà, ma c'è ancora tanto benessere da distribuire e del superfluo da dividere. Chi arriva sulle nostre sponde è giovane e ha la speranza di essere ancora a tempo per avere una vita dignitosa. Non dimentichiamo che la nostra libertà è costata sangue e morte anche a giovani che venivano da lontano e noi trovavamo giusto il loro aiuto. Non pensavamo allora alle madri che piangevano per il figlio che aveva trovato la morte non per difendere la libertà del proprio Paese, ma per difendere quella di popoli lontani. Anche noi, come oggi l'Egitto e la Libia, avevamo sofferto sotto una dittatura che ci aveva portato, sotto ogni punto di vista, a una disfatta impressionante e non possiamo non vedere, non ascoltare la voce di chi chiede aiuto, forse giustizia e pretende di essere accolto. Tutto questo ci fa paura. È per noi un'emergenza da affrontare e ci auguriamo che l'Europa dei ventisei Paesi faccia posto anche a chi è costretto a lasciare famiglia, genitori, forse figli senza una prospettiva sicura di rivederli. Assieme ai vantaggi che la tecnica ci offre ogni giorno di più per sentirci più vicini, più simili, più coinvolti c'è anche questa realtà di sofferenza da condividere, che non possiamo evitare, che ci rende umanamente più simili. Una realtà che può cancellare secoli di differenze, di incomprensioni, di antagonismi. È un'occasione per dare realtà a quel principio di amore che ci offre il senso cristiano della vita.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: