Quella fine che fa sempre problema Domande di senso davanti a un trapasso
sabato 16 maggio 2009
La chiesa è barocca, gli altari arricchiti da volute marmoree di colori sfumati dal giallo al roseo, al bruno, messi lì, così ricchi, quasi per dare certezza e solidità alla speranza nell'eterno. In alto sull'altare maggiore si liberano dalle nuvole appesantite dall'oro tanti piccoli putti che dovrebbero rappresentare gli angeli. Fino a che in cima, fra l'accavallarsi di raggi, di drappi e ancora di angeli, un piccolo quadro della Madonna dà senso alla scena.
Ma c'è una bara per terra, semplice, nuda nella sua realtà. I fiori sono appoggiati sul pavimento quasi a denunciare che la verità non dev'essere nascosta. Il piccolo gruppo di parenti sembra aver accettato con serietà e coscienza questa fine. La morte, il trapasso. Cerchiamo sempre un vocabolo meno duro per ricordare questo atto cui dobbiamo accedere tutti, nel più svariato dei modi e dove anche la scelta è limitatissima perché può essere la risposta a una disperazione o l'offerta cosciente e coraggiosa all'ira degli altri.
Evitiamo di parlarne, perché anche in mezzo a tante difficoltà e pene amiamo questa Terra e non vorremmo abbandonarla. E poi questo essere stati lasciati nel dubbio, questo dover credere senza vedere, questo sperare senza certezza non ci aiuta ad affrontare il problema che ogni bara ci crea e le domande che restano sospese nell'aria: dove sarà la sua intelligenza, a cosa è servita la sua bontà, il suo amore, tutte le ricchezze del suo spirito?
Quando De Gasperi scontava la sua pena in una clinica di Roma, scriveva alcune righe sulla morte di una giovane trasportata di corsa in un furgone fuori dall'ospedale. E questa fu la sua meditazione: «Qual è il senso reale del trapasso che ho visto dalla finestra? Poiché quello che si vede, che si crede di vedere come realtà, non deve essere la realtà, la sostanza, il significato, l'essenza delle cose. Questa bara quasi trafugata, codesto cessare di vivere quasi ignorato, questa catastrofe irragionevole sarebbe enormemente assurda ed empia, se fosse vera, se fosse la realtà definitiva: devono essere accidenti, apparenze; la vita deve essere un'altra vita, l'esistenza deve superare vittoriosamente codeste mutazioni, perché anche la morte non può essere che il trapasso da un modo di vivere ad un altro modo di vivere. In fondo abbiamo tutti l'impressione che sia così e quando assistiamo ad un funerale ci pare di assistere a una cerimonia provvisoria. Istintivamente sentiamo che il palio funebre non copre né contiene il mistero di una realtà che sfugge ai nostri sensi, ma è presente al nostro spirito».
Il figlio oggi, davanti a quella madre perduta per sempre, ha avuto parole che difficilmente si ascoltano anche in una chiesa. «Dobbiamo avere gioia perché sappiamo che la persona che amiamo è in questo momento nella gioia».
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