Quanto è difficile alla Ue costruire una strategica «difesa comune»
sabato 11 settembre 2021
Chiamiamolo esercito europeo, o forza di pronto intervento, o semplicemente Difesa. Che sia necessario nessuno lo mette in discussione nei tanti interventi degli ultimi giorni sui principali quotidiani (qui ne registreremo sei). Ultimo e autorevole è la lettera del generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare Ue ("Corriere", 10/9): «Non si tratta di superare gli eserciti nazionali», rassicura il generale, ma della «necessità di rendere strutturali iniziative in materia di difesa e sicurezza comune affinché l'Unione sia in grado di parlare con una voce singola, autorevole e credibile», unica «strada da percorrere per non condannare la Ue all'irrilevanza strategica». Tutti d'accordo su necessità, poteri e limiti di tale "forza". Marta Dassù, già viceministro agli Esteri dei governi Monti e Letta, non nasconde le difficoltà ("Repubblica", 7/9): «L'obiettivo di costruire una difesa europea è più che ragionevole; è necessario. Sono le motivazioni, i modi e l'approssimazione con cui viene enunciato che fanno cascare le braccia». D'accordo anche Angelo Panebianco ("Corriere", 7/9): «Se la sicurezza europea diventasse ciò che non è mai stata, ossia un "bene collettivo" (a beneficio di tutti gli europei), ci sarebbero ricadute positive anche in quegli ambiti in cui la minaccia, della Russia o della Turchia, è politica e non militare, e la cui efficacia dipende dal fatto che sfrutta le divisioni europee»; "divisioni" non nel senso di "truppe"...
Tutti d'accordo, dunque; ma anche sulla difficoltà del progetto. Sul "Giornale" (9/9) Ernesto Galli della Loggia ricorda a Stefano Zurlo che senza un vero governo europeo non ci possono essere un Ministero degli Esteri e neppure un esercito europei: «Kissinger, molti anni fa, chiedeva quale fosse il numero di telefono dell'Europa». Lo stesso Zurlo chiede a Franco Frattini ("Giornale", 7/9): «La forza di difesa rapida si farà?». Risposta: «Ho i miei dubbi. Mi pare si stia procedendo verso un modello depotenziato». Ma gli stessi cittadini europei sembrano non comprenderne l'importanza. Scrive Danilo Taino ("Corriere", 9/9) che le difficoltà sono molte, tra esse «una spesso sottovalutata: la maggioranza dei cittadini europei non ne vuole sapere». E «la strada appare in salita» (Panebianco).
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