mercoledì 7 settembre 2011
Altri tempi, quando la grande industria investiva anche nella cultura: nel 1946 Adriano Olivetti fondava «Comunità», editrice e rivista; nel 1948 Arturo Tofanelli e Leonardo Sinisgalli inaugurarono la rivista «Pirelli», prima che il secondo (il poeta ingegnere) passasse alla Finmeccanica per «Civiltà delle macchine». Anche l'eni (che adesso va scritto in minuscolo, per una scelta che considero frivola) dal 1955 al 1964 ha avuto una rivista, meno celebre delle citate, che si chiamava Il Gatto selvatico. Il grande Enrico Mattei, che pensava a tutto, la inventò come rivista aziendale rivolta alle decine di migliaia di impiegati e operai dell'eni. Il nome è fantasioso e tecnico, perché in gergo inglese il wildcat (gatto selvatico, appunto) è il pozzo esplorativo da cui si cominciano le trivellazioni petrolifere. Mattei affidò la direzione al quarantaquattrenne poeta Attilio Bertolucci (non lo si indichi come «il padre del regista dell'Ultimo tango a Parigi; è Bernardo, il regista, a essere figlio del poeta), il quale chiamò a collaborare i più bei nomi del giornalismo e della letteratura.
Apprendiamo queste notizie dalla prefazione di Paolo Di Stefano a Viaggio Italia. Un ritratto del Paese nei racconti del Gatto Selvatico, 1955-1964 (Bur, pp. 224, euro 9,90), una scelta di racconti apparsi sull'antica rivista dell'eni.
Il carattere un po' scolastico della prefazione è spiegato nella quindicesima e ultima nota, in cui Di Stefano informa di essersi basato sulla tesi di laurea di Anna Mezzasalma. Leggendo, infatti, avevamo colto una qualcosa di analitico tipicamente femminile, con qualche giovanile insicurezza. Cardarelli (classe 1887) è elencato fra i "classici" in compagnia di Folengo, Manzoni, Jacopone e Trilussa, mentre i quasi coetanei Bacchelli (1891), Gadda (1893), Comisso e Banti (1985) vengono classificati fra i «grandi sessantenni»). Ma nel 1955 anche Cardarelli aveva 68 anni, e non era più classico di Bacchelli (Flaiano chiamava affettuosamente Cardarelli «il più grande poeta italiano morente». Morì nel 1959).
Dei ventuno racconti, tre sono di Giuseppe Dessì (non particolarmente memorabili), due della Banti, intensa quando parla della sciampista destinata a un matrimonio di ripiego, e disinvolta quando difende le ragioni delle donne al volante; due sono di Raffaele La Capria che narra con candore provinciale il viaggio in pullman da New York a Boston e poi deliziosamente descrive le pretese di eleganza dello zio.
La raccolta, in ordine cronologico di pubblicazione sul Gatto, inizia con un Giorgio Caproni un po' stralunato che racconta, con gli occhi di un bambino il cui padre è in guerra, il laborioso seppellimento di un mulo. Goffredo Parise racconta come presentò a Mario Soldati l'aitante cameriere della mensa della Snam, Rino Bertaglia, che infatti ebbe una piccola parte nel film La donna del fiume, con Sofia Loren. Giuseppe Berto riferisce l'incauto acquisto di un taglio di stoffa da una coppia di modesti malandrini; Gianna Manzini è attonita per la malvagità della civetta, complice di suo padre cacciatore; Giovanni Comisso fa un po' di sociologia sugli emigranti del Cadore; Alfonso Gatto spiega lo «scisto», il petrolio delle lampade di quando non c'era l'elettricità; il ventitreenne Alberto Bevilacqua condivide il batticuore dei ciclisti amatoriali; Carlo Cassola traccia uno dei suoi patetici ritratti femminili; Giorgio Bassani, imbronciato, ripercorre un viaggio in auto con la moglie. Incantevole il bozzetto siciliano di Raoul Maria De Angelis; più ingegnere che scrittore (ma sempre eccelso) Carlo Emilio Gadda che ricorda le peripezie del Pozzo n. 14; ancora sociologico Leonardo Sciascia che descrive le metamorfosi di Gela.
Sono tutte pagine di alta scrittura, su cui spiccano due testi: quello di Mario Soldati, malinconico e percuziente e, soprattutto, quello di Natalia Ginzburg, già magistrale nel rivivere i timori e tremori dell'infanzia. Basterebbero questi due a giustificare la meritoria antologia.
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