Privacy su web e social, siamo noi i nemici di noi stessi
venerdì 2 marzo 2018
Si chiama Gdpr. È il nuovo regolamento dell'Unione europea sul trattamento dei dati personali (l'acronimo significa General Data Protection Regulation). Entro il 25 maggio le aziende dovranno mettersi in regola in tutti i Paesi europei. E avrebbe potuto essere una vera rivoluzione, soprattutto nel mondo digitale.
L'articolo 9 infatti vieta «di trattare dati personali che rivelino l'origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l'appartenenza sindacale, nonché trattare dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all'orientamento sessuale della persona».
Se venisse applicato alla lettera, il mondo della pubblicità digitale (e non solo quello) avrebbe un tale scossone da rischiare di scomparire. Tutte le pubblicità che vediamo su web e social si basano infatti sulle tracce digitali che lasciamo navigando, usando app o visitando i social. Sono loro a svelare i nostri «gusti» e i nostri «orientamenti».
Facebook, per esempio, da tempo raccoglie dati relativi a 98 ambiti della vita di ogni iscritto al social. Tanto per capirci: già oggi possiede i dati sensibili del 73% degli utenti dell'Unione Europea.
È l'ennesima conferma che il digitale ci «scheda». E non avviene solo sui social, ma per ogni nostra attività che prevede l'uso di un «mezzo» elettronico. Basta una carta di credito o la tessera fedeltà del supermercato, un'app dello smartphone o la nostra semplice navigazione su web e social per farci lasciare ogni giorno decine e decine di tracce elettroniche. Per non parlare delle telecamere sparse ovunque, dei telepass o dei programmi di geolocalizzazione dei nostri telefonini.
A parole tutti dicono che queste «tracce» servono per migliorarci la vita, dandoci un servizio migliore e in parte è anche vero. Nei fatti però questi dati vengono sempre più spesso usati per orientarci (a comprare un certo prodotto in un certo posto, a cliccare su una notizia invece di un'altra, a frequentare un certo gruppo di opinione invece di un altro).
La vera posta in palio sembra tratta da un romanzo di fantascienza: usare il digitale per manipolarci. Come? Arrivando a proporci in vendita un prodotto un attimo prima che ci venga voglia di averlo o, ben peggio, orientando ciò che vediamo, leggiamo e (alla lunga) pensiamo.
Non faremo in tempo ad avere un'idea o una voglia e troveremo già pronta un'offerta irrinunciabile creata «su misura» per noi. Anche il sistema delle notizie sta andando in questa direzione. Vedremo sempre meno notizie generiche e sempre più temi, analisi e articoli pensati per soddisfare i nostri «gusti». Il che – come sta già accadendo sui social – finirà sempre di più per sottrarci al confronto con chi non la pensa come noi, chiudendoci in bolle dove ci sono solo «amici» e dove tutti quelli «fuori» sono «nemici».
Per raccogliere in maniera sempre più precisa i nostri «gusti» tracceranno i movimenti del mouse del nostro pc, quelli delle nostre dita sullo schermo dello smartphone, le nostre espressioni facciali e il movimento dei nostri occhi.
Penserete: per fortuna c'è il Gdpr che presto vieterà l'uso dei dati cosiddetti «sensibili». Peccato che il valore dei dati e della pubblicità digitale è ormai talmente grande, che nel Gdpr è già pronta un'eccezione: i giganti del web potranno trattare i dati sensibili «se l'interessato ha prestato il proprio consenso».
Tutto bene, quindi? No. Perché l'utente medio pur di accedere a un servizio, un'app, un sito o un social già oggi dà quasi sempre il consenso al trattamento dei suoi dati senza avere letto ciò che gli viene chiesto. Perché siamo pigri. Siamo distratti. Siamo, permettetemi il termine, irresponsabili. E così stiamo consegnando parti importanti di noi ai (pochi) giganti che ormai controllano il mondo digitale. E pensare che ci avevano detto che la Rete ci avrebbe resi più liberi.
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