Perché la Russia non blocca WhatsApp
venerdì 1 aprile 2022

A prima vista potrebbe sembrare una falla o almeno un'anomalia. Nella sua decisione di bloccare Facebook e Instagram perché estremisti (alla pari dei terroristi), la Russia ha fatto un'eccezione. Nonostante sia di proprietà di Meta, cioè della società che fa capo a Zuckerberg e che è anche proprietaria di Facebook, Instagram e Messenger, il blocco non vale per WhatsApp.
A dare retta al tribunale moscovita la decisione non si applica alle attività d WhatsApp «a causa della sua mancanza di funzionalità per la diffusione pubblica delle informazioni». In pratica: siccome a differenza di un social come Telegram non ospita canali di distribuzione di informazioni non è ritenuto così pericoloso.

In realtà ci sarebbe dell'altro. A differenza di Instagram e Facebook, che venivano usati rispettivamente dal 59% e dal 37% dei russi, WhatsApp è molto popolare tra la gente. Secondo il sito web tedesco Statista, specializzato in studi e statistiche, nel mese di gennaio ben 84 milioni di russi (su 144 milioni di abitanti) l'hanno usato regolarmente. E in modo molto simile a come lo usiamo noi. Cioè per scambiarci soprattutto informazioni tra familiari e amici. Per organizzare la vita quotidiana più che per passarci notizie o fare controinformazione. Cancellarlo dalla vita dei russi avrebbe significato doverne spiegare il motivo. Con una differenza sostanziale: se Facebook e Instagram possono essere additati come terroristi che minacciano la Russia, con WhatsApp questa strategia non può funzionare. Così al momento il Governo ha deciso di lasciare tutto com'è.

Penserete: e come fanno ad arginare le informazioni che gli ucraini passano ai loro parenti rimasti in Russia? Com'è possibile che lascino un canale così forte aperto? Perché non è canale considerato importante per avere informazioni. O meglio, lo è, ma per noi occidentali. Tant'è vero che una delle piattaforme più usate dai giornalisti rimasti sul campo per trasmettere informazioni. Ma per i russi non lo è. Quando tutti gli altri media che hanno a disposizione (televisione in testa) non nominano nemmeno la parola guerra, le poche informazioni che arrivano via WhatsApp (una goccia nel mare di messaggi che vengono scambiati ogni giorno) sono considerate così deboli e così facilmente bollate come «fake news» da non essere praticamente prese sul serio da chi le riceve.

Spesso lo dimentichiamo ma, come si usava dire un tempo, non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire, come ha drammaticamente raccontato una donna ucraina rimasta sotto le bombe. La quale, dopo avere mandato dei filmati e delle foto di guerra fatte da lei stessa a sua madre che vive a Mosca, si è sentita rispondere «che erano state ritoccate con PhotoShop per infangare la Russia». Sua mamma, «donna istruita e che mi adora» non le ha creduto.

Perché il punto è sempre il solito. Noi giustamente ci preoccupiamo di come funzionano gli algoritmi delle piattaforme, ma tendiamo a dimenticare come funzionano gli «algoritmi» che abbiano in testa. Che comprendono quei «bias cognitivi» che ci fanno leggere spesso in maniera sbagliata la realtà. Uno dei più pericolosi è il «bias di conferma» che ci porta a dare retta quasi soltanto a ciò che conferma le nostre opinioni. E se tutti attorno a noi dicono che le guerra non c'è, nemmeno il messaggio di una persona cara, come una figlia amata, può abbattere il muro che abbiamo in testa. Cosa che Putin sa molto bene.

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