venerdì 27 marzo 2020
Tanto stimati sono i "laboriosi" quanto svalutati gli "oziosi" in questa nostra epoca - direbbe Nietzsche - «del "lavoro", della fretta, della precisione indecorosa e sudaticcia che vuole "sbrigare" immediatamente ogni cosa» (Aurora). Riposo, pausa, lentezza sono scomparse dal nostro vocabolario e dalla nostra vita. Se è vero che le macchine progressivamente ci sostituiranno e che il lavoro sarà prevalentemente intellettuale e ideativo, allora si potrà e si dovrà correre di meno e pensare di più. Scriveva il Premio Nobel Bertrand Russell: «La nostra società moderna, così complessa, ha bisogno di riflettere con calma, di mettere in discussione i dogmi e di esaminare i più disparati punti di vista con grande larghezza di idee» (Elogio dell'ozio). Ancor più drastica e audace la saggezza classica che riteneva la riflessione (contemplatio) più utile dell'azione (actio), il ritiro (otium) più dell'impegno (negotium). Scipione Africano (III-II sec. a.C.) confessava che «mai era meno inattivo di quando viveva in ritiro» (vd. Cicerone, I doveri 1, 27); Sallustio era convinto che «la sua opera di storico giovava alla Repubblica più dell'attività dei politici» (Giugurta 4, 4); Seneca teorizzava che «coloro che sembrano non agire affatto in verità compiono azioni più grandi» (Lettera 8, 6 qui nihil agere videntur, maiora agunt).
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