giovedì 6 settembre 2018
Il 9 settembre di cent'anni fa nasceva a Novara Oscar Luigi Scalfaro, nono presidente della Repubblica. È auspicabile che cittadini e istituzioni – e non solo nella commemorazione che si terrà il 12 settembre a Montecitorio alla presenza del presidente Mattarella – guardino con attenzione a una figura che, a oltre 6 anni dalla morte, merita un posto importante nel cuore degli italiani; anche di chi, per le polemiche di tempi difficili, ha fatto più fatica a coglierne lo spessore umano e istituzionale.
Si affollano alla mente i tratti che più lo hanno caratterizzato. Anzitutto l'estrema coerenza tra vita pubblica e privata, bene prezioso anche perché sempre più arduo da praticare: una coerenza che (degasperianamente) significava, sul piano pubblico, profondo legame tra fede cristiana e senso della laicità dello Stato, e che nutriva, sul piano privato e della santità di vita, la costante e mai ostentata attività per bisognosi e sofferenti.
Poi il coraggio, anche di fronte ad attacchi subdoli e concentrici: il suo «Non c'è da temere mai di fronte alle pressioni esterne. L'unico che può temerle è chi è ricattabile», resta un vero viatico per chi esercita funzioni pubbliche. Infine l'equilibrio, di cui Scalfaro individuava il modello nella Costituzione e che per lui non fu mai stasi formale, ma bussola di vita democratica. Come ebbe a ricordare in uno degli ultimi scritti, la democrazia «per i cattolici e per una vasta area dell'Assemblea costituente non fu mai accettazione arida di un metodo, di una procedura, ma espressione di convinzioni profonde e soprattutto vita, sentimento e testimonianza umana e vera di un modo di pensare, di essere e di operare».
Gli stessi tratti caratterizzarono il suo rapporto con il Csm e con la "sua" amata magistratura: come quando, nell'estate 1992, in un contesto dunque nel quale a giudici e pm guardavano fiduciosi tantissimi cittadini, non esitò a ricordare che «ogni potere dello Stato, quando si muove, deve tenere conto delle ripercussioni che si determinano in altri settori dello Stato»; o quando, parlando a magistrati albanesi, augurò loro di essere sempre «al di fuori e al di sopra» (per mantenersi autonomi e indipendenti) e al tempo stesso di essere totalmente «al di dentro», cioè non estraniati dal mondo, ma di conoscerne la vita, il tormento, i problemi, le esigenze, il modo di pensare e di agire.
Nel manifestare alla figlia carissima, donna Marianna, il ricordo grato per tutto quello che ho ricevuto dalla frequentazione con il padre, oso dirle che il binomio di questa rubrica, «Pane e giustizia», si adatta perfettamente al presidente Scalfaro, al suo realismo e alla sua ricerca di giusto e vero.
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