sabato 24 gennaio 2004
Le famiglie italiane nel 2003 hanno consumato meno frutta e verdura, ma anche meno formaggio. è un dato che deve far pensare. E non solo per l'ovvio risvolto nei confronti dei bilanci delle imprese agricole e di quelle di trasformazione e di commercializzazione. Dietro a questo fenomeno può esserci - e c'è - anche una maggiore attenzione davanti ai banchi dei mercati e dei negozi. Il dato di fondo arriva dall'indagine 2003 sui consumi effettuata dall'Osservatorio Ismea-Nielsen sugli acquisti ortofrutticoli delle famiglie italiane. Anzi, il rapporto definisce il consumatore italiano come «più consapevole». Secondo quanto elaborato dall'Ismea, il 2003 ha registrato una battuta d'arresto dei consumi di ortofrutta, scesi dell'1,5% su base annua. Mentre, in relazione alla spesa, è stato osservato un aumento del 4% imputabile, però, ai diffusi rialzi dei prezzi. Nel caso della frutta, in particolare, l'Osservatorio ha evidenziato una leggera crescita degli acquisti da parte delle famiglie italiane. Ci sono poi casi particolari e «drammatici» come il crollo del 31% delle albicocche, del 15,5% delle prugne. Fenomeni che d'altra parte sono strettamente legati ad un aumento medio dello scontrino casalingo per frutta e verdura che ha raggiunto il 23% nel caso delle albicocche e il 25% per le pesche. Stesso discorso anche per mele e pere. Mentre per gli ortaggi la diminuzione è stata del 5,3% degli acquisti rispetto al 2002. Ma anche qui ci sono stati crolli che hanno sfiorato il 30%, come nel caso dei fagiolini. Anche in questo caso, i consumatori hanno tenuto d'occhio il prezzo. Cosa ha fatto quindi il consumatore? è semplice «leggere» la sua strategia: ha iniziato a scegliere anche in base al prezzo, orientandosi, magari, verso prodotti prima trascurati, come le angurie e i meloni, oppure per quanto riguarda gli ortaggi il radicchio. La diminuzione degli acquisti, d'altra parte, ha riguardato anche altri comparti agroalimentari. Basta pensare a quello dei formaggi. Sempre Ismea-Nielsen hanno rilevato, nei primi dieci mesi dello scorso anno, una contrazione pari al 5% in termini di volumi e del 4% circa in valore. A farne le spese, qui, le etichette più famose. Se guardiamo i formaggi Dop, infatti, la diminuzione è arrivata al 7% in quantità e al 6% in valore. Certo, in questo caso, indicazioni confortanti arrivano dalle esportazioni, in crescita del 14%. Ma è il mercato interno che a questo punto - e per tutte le produzioni agricole - deve preoccupare. Insomma, sempre di più gli agricoltori italiani devono imparare a vendere ciò che fanno. Specialmente quando i loro prodotti continuano ad essere ottimi.
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