martedì 28 febbraio 2023
Ho sempre considerato google lo slittamento fonetico di gurgle, termine onomatopeico associato al gorgoglìo dello scarico, sintomo essenziale per molte diagnosi idrauliche attraverso le sue declinazioni di ritmo, tonalità, volume. Google un po’ scarico lo è, il suo sifone lo schermo del pc o dello smartphone, tutto finisce lì dentro disponibile al riciclo secondo le priorità dell’algoritmo. Pare invece che non sia così. La parola più diffusa della storia come il Proteo indefinito che identifica ha più a che fare con la immagine matematica del googol, quantum numerico di grandezze importanti. Sono un po’ deluso, lo scarico era più vicino al mio reale, quasi romantico, mentre googol consegna il mostro alla freddezza del meccanismo privo di odore e di ogni altra memoria percettiva del sensibile. Con l’avvento delle intelligenze artificiali in forma chatbot piovute senza disperdere lacrime poetiche sul grande pubblico, google sembra essersi montato la testa. Google bard sarà la alternativa a chatgpt e le altre cui farà concorrenza senza sconti nella battaglia per il dominio di questo mondo complesso e senza scrupoli. Premesso che qualunque considerazione non potrà mai avere la meglio sul mercato e la sua compulsiva sopravvivenza a qualunque costo, del tutto disinteressata al merito delle questioni purché si venda, il passaggio filologico da googol a bard è rilevante. Come tutti sapranno con bardo si intende una sorta di cantore poeta dei tempi antichi, un narratore che raccontava storie caricandole inevitabilmente di un qualche significato. Bardo è anche una pratica tibetana che ha a che fare con la separazione di corpo e coscienza, ma non credo che a Mountain View pensassero a questo per decidere la nuova nomenclatura, sarebbe ancora più ridicolo. Bardo per eccellenza è Shakespeare. Non molto tempo fa una archistar mondiale con cui mi sono confrontato a proposito di un edificio negli Emirati Arabi, avendo io per qualche motivo citato Shakespeare, lo aveva liquidato come aggregator of tales, un aggregatore di racconti. Cosa è la chatbot se non un aggregatore di pulviscolo linguistico indifferenziato? Naturalmente Shakespeare era tutt’altro che un semplice aggregatore e così ogni bardo, fatti i debiti distinguo. Di fatto google, con l’aggiunta di bard, morfema che ambisce a dignità semantiche, si autoeleva a narratore, se non a poeta, suggerendo alle menti fin troppo influenzabili che brulicano nelle sterminate praterie del web una identità fasulla, se non nella accezione sbrigativa dell’archistar cui accennavo. I creatori di google sanno quanto è facile imbonire le masse con l’illusione di coscienze inesistenti o robot senzienti e giocano la carta di una umanizzazione suggestiva dell’algoritmo. Vuoi mettere la presa di bardo rispetto ad astrusità inintellegibili come chatgpt o openai? Google, aedo ante litteram capace del calore di storie antiche e future, trovatore a costo zero. Detta così sembra una idiozia bella e buona, invece no. La stragrande maggioranza degli articoli che riguardano le intelligenze artificiali ne parlano costantemente come fonti di pensiero vero e proprio, in grado di capire o non capire. Il tema del bardo è uno step ulteriore, n on argomenta, vuole sedurre. Che sia un bardo coinvolgente o noioso non importa, ciò che conta è far passare gradualmente l’idea che l’intelligenza artificiale è in grado di produrre racconto, di interpretare, di generare contenuto Il racconto genera memoria, la nutre, la modifica, la arricchisce, la umanizza. Ma il racconto del nuovo bardo non racconta, assembla. La sua memoria sarà di nulla, priva di spessore, pura invenzione nostra che ci specchiamo in uno specchio ottuso cui la luce è estranea, non assorbe e non riflette, prodromo di nulla, l’infinito nulla che siamo forse riusciti ad inventare. © riproduzione riservata
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