Nel Sessantotto dei «Quaderni» la lezione di anni da non scordare


Alfonso Berardinelli venerdì 21 aprile 2017
Pochi ormai sanno o hanno voglia di ricordare che cosa è stato "davvero" il Sessantotto. Ancora meno sono coloro che saprebbero ricostruire la cultura, o meglio l'atmosfera morale, culturale, politica dei vent'anni che vanno dal cosiddetto "miracolo economico" (1957-63) al terrorismo che ebbe il suo culmine nell'assassinio del leader dc Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse (1978).
L'Italia era diventata, da prevalentemente agricolo, uno dei più sperimentalmente avanzati Paesi industriali. Era in corso la guerra in Vietnam, nella quale i devastanti bombardamenti della più grande potenza economico-militare dell'Occidente non riuscivano a piegare la resistenza della guerriglia, sostenuta dalla Cina di Mao e dalla Russia. In America Latina dominavano le figure di rivoluzionari come Fidel Castro e "Che" Guevara. Le manifestazioni contro l'imperialismo americano dilagavano in Europa e negli Stati Uniti. Si riscopriva il "vero" Marx, mentre tutta la gamma delle culture critiche, avanguardiste, eretiche, anarchiche e rivoluzionarie tornava in primo piano conquistando le giovani generazioni. La "rivoluzione permanente" di Trockij, il surrealismo di Breton e Artaud, la letteratura della Beat Generation di Kerouac e Ginsberg, la psicanalisi e l'antipsichiatria di Basaglia e Ronald Laing, la critica delle istituzioni scolastiche borghesi che in Italia si riassumeva nel nome di don Milani, la scoperta di una "nuova classe operaia" pronta a ribellarsi che faceva nascere a Torino i Quaderni rossi: tutto questo portò nel 1968 a credere o immaginare possibile una rivoluzione neomarxista e neoleninista in Europa.
La Nuova Sinistra di allora si trasformò presto, purtroppo, da movimento di massa in smania di creare una serie di piccoli partiti "rivoluzionari" in competizione fra loro e progressivamente degenerativi. La scoperta dei nuovi problemi posti dal capitalismo avanzato si trasformò in una specie di dogmatismo "anarco-stalinista". In Italia la rivista culturale e politica più aperta, eclettica, influente e quasi leggendaria di allora fu Quaderni piacentini. Inventata nel 1962 da Piergiorgio Bellocchio, diretta da lui, Grazia Cherchi e Goffredo Fofi, ispirata da intellettuali più anziani come Franco Fortini, Cesare Cases, Sebastiano Timpanaro, la rivista ebbe fino all'inizio degli anni Ottanta una storia complessa che ora è stata ricostruita con scrupolo e passione dal giovane Giacomo Pontremoli. Chi voglia farsi un'idea fondata e dettagliata di quel ventennio cruciale non può che leggere I "Piacentini". Storia di una rivista 1962-1980 (Edizioni dell'Asino). Contro l'oblio del passato, contro la tentazione di rifare oggi (senza neppure saperlo) gli errori di allora, tale lettura non può che essere salutare.
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