martedì 14 febbraio 2023
Chissà per quanto tempo ancora le IA saranno il campo da gioco per sterminate moltitudini in cerca di narcosi a basso costo e visibilità istantanea. Questioni astruse come l’etica servono a fare bella figura, spesso chi argomenta, messo alle strette, non sa distinguere il salto qualitativo tra un tetris e chatgpt o copilot, per citarne due in voga, preistoria di ciò che verrà a breve. La frenesia ludica rischia di metterci in una posizione di ritardo incolmabile per cui, quando saremo finalmente stanchi di fare domande più o meno stupide ai vari aggregatori del bolo informatico, ci accorgeremo che il gioco è diventato regolatore indiscusso del nostro vivere e decidere. A quel punto sarà tardi, le forme superevolute del vecchio mario bros avranno fatto già molti danni, sul trono del controllo pressoché totale, in cui noi stessi, conniventi più che alienati, abbiamo contribuito ad insediarle. Devo ammettere che la tentazione di interrogare GPT Maverick o AI Brainiac è irresistibile. Una caccia al tesoro dell’errore nelle risposte di questi alter ego raffigurati in stile illustrazione scifi anni 90, per umanizzarli, emuli rassicuranti di StarTrek
o delle romantiche Star Wars, logo di una società che pare non essere mai esistita. Non è secondario, interiorizzare che dall’altra parte della chatbot non c’è nessuno se non la solitudine riflessa in uno sterminato oceano liofilizzato di detriti binari determinerebbe un vulnus di mercato improponibile. Comunque dopo un po’ diventa tutto noioso, almeno per quanto mi riguarda. Bisogna intendersi: se si cercano informazioni di qualunque tipo lo strumento funziona molto bene. Google lo fa da tempo ma i/le (gender-neutral di rigore) chatbot riusciranno ad ampliare il ventaglio delle tecniche linguistiche con una progressione esponenziale. È di questi giorni la notizia che proprio l’azienda informatica divinità dei nostri tempi ha perso il 9 % di capitalizzazione a causa delle imprecisioni in
Google Bard, la IA
progettata in fretta e furia versus l’assalto che tenterà di togliergli l’esclusiva. Nel dialogo con questi prodotti matematici affiorano proposizioni di buon senso medio con un retrogusto di metallico tanto che l’evento più interessante si verifica quando la macchinetta va in confusione, ma finisce lì. Sembra confortante, il rischio è relativo, le AI non riusciranno a sottrarci l’imprimatur dell’apice gerarchico cui i processi evolutivi ci hanno consegnati. Ma il conforto è illusorio. I modi logici delle AI sono già oggi in grado di gestire, pur con alcuni strafalcioni, la media delle prassi umane con una logica, appunto, media. Inutile fare grandi discorsi, nella gestione della realtà l’umanità si adagia su standard di minima, non importa che si tratti di sanità, giustizia, logistica, amministrazione,
lì ci sono i grandi numeri. Il potenziale delle intelligenze artificiali capaci di infiltrare perfettamente il mondo per come è strutturato oggi, ha fondamenta solide
nella mediocrità su cui ci appoggiamo ormai da tempo immemore. Anzi, nel contesto spiccano come brillanti e risolutive, panacea che destituisce il nostro discernimento modesto da ogni responsabilità. Se la assumono loro, la responsabilità di noi Pilato versione social. Per reggere la sfida i discorsi di principio si devono attualizzare, non basta dire che quella è una macchina e noi siamo umani, quindi questo e quello. Occorre affinare la nostra di intelligenza, riprendersi ciò cui abbiamo abdicato per pigrizia o convenienza, occorre ripensare il perché siamo ciò che siamo. Lo scrigno della nostra unicità va cercato in direzione opposta a quella delle IA, verso l’imperfezione, l’imprevisto e perché no, l’errore, ma questo lo vedremo nelle prossime puntate. © riproduzione riservata
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: