Ma lo Ius soli non è «una sostituzione etnica»


Pier Giorgio Liverani domenica 18 giugno 2017
Davvero siamo tornati al medioevo, come dicono Il Giornale, la Repubblica e Il Tempo? «Chiusi in chiesa contro i Barbari», scrive il primo dei tre quotidiani. E il secondo scopre e ricorda «la forza simbolica» della cattedrale di Parigi, nella quale un migliaio di turisti si era trovato quando uno sciagurato studente algerino aveva attaccato con martello e coltello alcuni agenti e la polizia aveva ordinato ai presenti in chiesa di alzare le mani per controllare che nessuno fosse armato e per evitare incidenti.
Così Notre Dame – ha scritto Il Tempo – «è l'emblema della nostra resa» e Il Giornale: «Così torniamo nel Medioevo». C'è voglia, in qualcuno, di drammatizzare: ancora Il Tempo, per esempio, definisce lo ius soli temperato una «sostituzione etnica», definizione che fa effetto, ma è il contrario di ciò che di quel diritto sarebbe giusto, doveroso e, soprattutto, dignitoso affermare. E senza ricordare – solo un esempio storico – che le chiese gotiche o romaniche, cioè anche del primo tipo di Notre Dame, in Europa furono costruite a centinaia persino nei Paesi invasi dai "barbari". Il medioevo è stato anche per i barbari un periodo di generale acculturazione e civilizzazione.
Il problema è che una vena di razzismo alimenta ancora le paure di questi tempi facendo dimenticare che gli invasori sono stati tutti "civilizzati", "acculturati" e italianizzati ancora in pieno medioevo (vedi gli edifici, i monumenti, i nomi, i dialetti, la lingua e la letteratura di quei secoli). Quella vena alimenta la foga contro la legge dello ius soli temperato, legge di civiltà, perché «chi nasce qui non è diverso» (la Repubblica) e perché tutte le grandi "Carte dei diritti dell'uomo" proclamano l'uguaglianza e la fraternità di tutti gli uomini. Nessuno, dunque, può essere automaticamente classificato terrorista o delinquente alla nascita. Chissà, forse, nella descrizione del giudizio finale che Matteo fa, nel suo Vangelo, il Figlio dell'Uomo aggiungerà un'altra sua sentenza: “Non avevo il permesso di soggiorno e voi non me lo deste…”

«ETICHETTA» PER I FIGLI?
Una sentenza della Cassazione ha recentemente approvato che un bambino nato da una procreazione eterologa su progetto di una coppia di due donne italiane in Inghilterra può avere oltre che due mamme (una biologica con il seme di uno sconosciuto e un'altra che potremmo definire madre di desiderio) due cognomi: una della "mamma" autentica e l'altro della mamma di desiderio, che il parto del "figlio" l'ha visto solo nella compagna. E ha autorizzato l'anagrafe italiana a correggere così la sua registrazione.
Quel povero figlio non avrebbe probabilmente bisogno di fare sapere ufficialmente – quasi un'etichetta – che è stato "acquistato" e concepito in provetta all'estero e poi fatto italiano nell'anagrafe della città della madre di desiderio.
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