Ma i critici cadono sulle montagne di Antonia Pozzi
mercoledì 27 maggio 2009
Di Antonia Pozzi si sa ormai tutto, quasi tutto, fin troppo. Il suicidio, ventiseienne, nel 1938 ha gettato una luce retroattiva su questa ragazza dall'alta borghesia milanese, ricca e sportiva, allieva del filosofo Antonio Banfi avendo come colleghi personaggi futuri come Vittorio Sereni, Enzo Paci, Dino Formaggio, Remo Cantoni. Scriveva poesie di cui era gelosa, anche perché le rare volte che le aveva mostrate agli amici non ne aveva ricevuto applausi. Fu il padre, facoltoso avvocato, a curare la pubblicazione dei suoi versi, anche per lenire i sensi di colpa per aver ostacolato l'amore di Antonia per il suo professore di liceo, Antonio Maria Cervi, più anziano di 18 anni. Forse la depressione e il suicidio sono meno motivati dalle delusioni amorose (non fu corrisposta da Paci e da Sereni, e neppure da Dino Formaggio al quale donò i suoi album fotografici prima di morire) che non dall'ambiente nichilista e senza speranze del circolo Banfi. Di fatto, la raccolta Parole, pubblicata dapprima nel 1939, poi nel 1943 e finalmente nel 1958 con una cauta prefazione di Eugenio Montale, assicurarono duratura fama alla poetessa, prontamente antologizzata nella Lirica del Novecento, di Luciano Anceschi (1953). Della memoria della povera Antonia si sono occupate Alessandra Cenni e Onorina Dino, che nel 1989, per Garzanti, pubblicarono l'opera omnia della Pozzi, oggi disponibile negli Elefanti garzantiani a cura della sola Cenni (ma di questa immotivata esclusione già ha bene scritto su queste pagine poche settimane fa Fulvio Panzeri). Da quest'ultima edizione critica si evince che non si è fatto un buon servizio alla poetessa. Il meglio del resto era già stato valorizzato dal padre (al quale Antonia continuò a scrivere lettere affettuosissime anche dopo il 1933, anno della rottura con il professor Cervi). Il confronto con gli originali conferma che l'avvocato Pozzi aveva un saldo senso critico e i suoi interventi (qualche titolo cambiato, la soppressione di versi sordi) è paragonabile, se non al lavoro di Pound su T.S. Eliot, almeno a quello di Elio Vittorini sulle prime liriche di suo cognato Salvatore Quasimodo. Valga su tutto la struggente quartina: «Se le parole sapessero di neve / stasera, che canti - / e le stelle / che non potrò mai dire...», messa a conclusione aperta di Parole 1948, e che adesso è dispersa in mezzo al librone col titolo Capodanno, e l'aggiunta di una strofa che meritava il cestino e che qui riproduco a disdoro della curatrice: «Volti immoti s'intrecciano fra i rami / nel mio turchino nero: / osano ancora, / morti ai lumi di case lontane, / l'indistrutto sorriso dei miei anni». Esce ora un simpatico trattatello di Marco Dalla Torre, Antonia Pozzi e la montagna (Ancora, pp. 160, euro 14,50) che analizza il rapporto di Antonia con le vette che scalava in compagnia di guide celebri come Emilio Comici, Joseph Pellissier, Guido Rey, alloggiando, peraltro, in lussuosi alberghi. È un libro che farà conoscere Antonia Pozzi agli amanti della montagna come Spiro Dalla Porta Xidias, presidente del Gruppo italiano Scrittori di Montagna, che ha redatto una stupefatta prefazione. L'approccio tematico è utile in una materia già abbondantemente esplorata, e Marco Dalla Torre, il cui talento critico vorremmo veder applicato a soggetti più impegnativi che non Antonia Pozzi e Clemente Rebora, sa trarre succhi biografici e poetici dal circoscritto compito che si è assegnato. Comunque, a riprova che l'avvocato Pozzi aveva visto giusto, delle 31 poesie di montagna antologizzate da Dalla Torre (ma perché non c'è Neve sul Grappa?), ben 17, le migliori, erano già in Parole, 1948.
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