Le amnesie nel Montale di Testa e la favola del falso Diario
mercoledì 11 gennaio 2017
Con Montale non è mai finita, e adesso si aggiunge un Montale di Enrico Testa, rielaborazione aggiornata di precedenti scritti, con pretesa di "un nuovo sguardo su Montale" (Le Monnier-Università, Firenze 2016, pp. 160, euro 14).
L'autore, che insegna Storia della lingua italiana nell'Università di Genova, ha scelto una "narrazione" che affianca dati biografici e testi montaliani, ottenendo leggibilità per chi si accosta, ignaro, all'universo montaliano, appunto come accade agli studenti.
Didatticamente articolato in cinque capitoli come il corpus montaliano (Ossi di seppia, Le occasioni, La bufera e altro, Satura, "La vecchiaia del poeta") contiene utili riflessioni, come la valorizzazione della lirica Incontro (negli Ossi), non senza qualche amnesia. Per esempio, Testa ricorda che Montale aveva dichiarato a Leone Piccioni di aver ottenuto nel 1929 la direzione del Gabinetto Vieusseux di Firenze perché senza tessera fascista (per un capriccio del podestà di Firenze, Giuseppe Della Gherardesca), e di averla perduta dieci anni dopo per lo stesso motivo. Testa però non aggiunge che Montale, a suo tempo, la tessera l'aveva chiesta al Duce, ma non gli era stata concessa per beghe tra i fascisti fiorentini. Il che non toglie nulla alla grandezza del poeta.
Dove però Testa cade è nella liquidazione del Diario postumo di Montale, curato da Annalisa Cima. Evidentemente, egli non ha studiato la questione, anzi, dice esplicitamente di non sentirsi d'affrontare l'argomento dell'autenticità del Diario «che quindi assai volentieri, vista l'irrilevanza e mediocrità dei testi, mettiamo da parte». Cita però il convegno organizzato da Federico Condello all'Università di Bologna nel 2014, per asserire l'inautenticità del Diario. Per dimostrare la mancanza di rigore metodologico e forse la malafede (le due ipotesi non si escludono) del Condello, basti ricordare che tutto il convegno è stato organizzato all'insaputa di Annalisa Cima, alla quale non sono stati chiesti gli originali delle poesie contestate, e costruendo una macchina del fango sulla base di scampoli giornalistici e di perizie grafologiche parziali, condotte su fotocopie.
Testa, evidentemente, non ha letto gli Atti del seminario di Lugano del 24-26 ottobre 1997, con interventi di Rosanna Bettarini, Guido Bezzola, Piero Bigongiari, Maria Corti, Oreste Macrì, Alessandro Parronchi, Giuseppe Savoca, Andrea Zanzotto, Marco Forti e altri, fra i quali Maria Antonietta Grignani che oggi affianca Condello, mentre allora propendeva per l'autenticità. A Lugano furono esposti gli autografi di Montale, comprese le buste notarili contenenti le poesie, buste della cui esistenza Condello dubita.
In quella sede Annalisa Cima smascherò Dante Isella che aveva sollevato la questione dell'inautenticità dopo che inizialmente era di opposto parere. Il motivo psicologico è che la Cima non volle affidare a Isella la prefazione al Diario postumo, preferendogli, come da volere di Montale, l'apparato critico di Rosanna Bettarini, la filologa che con Gianfranco Contini (ormai in vecchiaia) aveva curato tutta l'Opera in versi di Montale, peraltro utilizzata da Giorgio Zampa nei "Meridiani" mondadoriani. Per una cronistoria della vicenda, rimando al mio scritto sul numero speciale della "Revue des études italiennes", dedicato a Montale (n.3-4, Parigi 1998).
Il Diario postumo è stra-autentico e stra-autenticato, e alla Mondadori dovrebbero saperlo, se i nuovi direttori di collana volessero prendersi la briga di consultare gli archivi in loro possesso, magari facendosi guidare da Gian Arturo Ferrari che all'epoca ben sapeva come stavano le cose ed è tuttora ai vertici di Mondadori-Rizzoli.
Si può benissimo sostenere che molte poesie "postume" non siano all'altezza del Montale maggiore, ma sono al livello dell'ultimo e coevo Montale del Diario del '71 e del '72 e del Quaderno di Quattro anni (1977). Favoleggiare di inautenticità del Diario postumo non è tanto un affronto ad Annalisa Cima che giustamente non vuole essere tirata in ballo quando tutto era già stato chiarito a suo tempo, e non accetta di sedere adesso sul banco degli imputati (peraltro, l'accusa di falsaria sarebbe anche penalmente rilevante), bensì è un insulto alla memoria e alle ultime volontà di Montale.
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