La banalizzazione della violenza
martedì 1 settembre 2020
Dalla banalità del male, immagine coniata da Hannah Arendt in seguito alla complicità della “gente normale” nello stermino nazista del popolo ebreo, alla banalità della violenza il passo è breve. Lo ha ricordato persino Emmanuel Macron nell'ultimo incontro con l'Associazione dei giornalisti accreditati all'Eliseo: dopo il tempo di “confinamento” dovuto alla pandemia, si assiste a una intensificazione e “banalizzazione” della violenza quotidiana. L'una non sta senza l'altra, perché male e violenza sono il frutto da cui si riconosce l'albero. E sono in fondo interscambiabili malgrado i patetici tentativi di redimere la violenza, come necessaria o quanto meno come tappa transitoria verso un futuro differente. Tra un paio di settimane saranno due anni da quando Pierluigi Maccalli, missionario nel cuore della savana nigerina, è stato portato via, rapito, tolto alla sua gente, creando una ferita che non si rimargina ancora. Come lui altre centinaia di persone del Paese sono state rapite. Sono scomparse. Alcune sono tornate dopo aver pagato il riscatto. Altre sono obbligate a entrare in gruppi armati terroristi. Altre ancora vengono violentate e ridotte a oggetti di scambio. La banalità della violenza è talmente pervasiva da trasformare la percezione della realtà sino a far apparire come ineluttabile la quotidiana dose di violenza. L'amica Zeyna, a cui è stato asportato un seno, oltre a essersi pagata l'operazione, il soggiorno in ospedale (ridotto, se la camera è a due), sborsa anche quanto serve per la medicazione quotidiana della ferita, per i guanti, le siringhe e i costi della biopsia della parte asportata. Una violenza che precede, accompagna e affossa ogni velleità di cura e guarigione quando non ci sono i mezzi per sostenere le spese.
La violenza è da tempo banalizzata alle frontiere, dove abusi di ogni tipo nei confronti di chi viaggia, sono parte del rischio legato al commercio di beni e al transito dei migranti. Malgrado la chiusura, ancora in vigore, si transita a proprio rischio e pericolo e per la maggior gloria di doganieri e altri simili faccendieri di frontiera. Nell'ambito educativo la violenza si è istituzionalizzata da quando, negli anni 80 del secolo scorso, coi programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale, si sono smantellate le scuole statali di ogni grado aprendo la via a quelle totalmente private che fioriscono sull'abbandono delle prime. Le strade di Niamey, la capitale, sono ogni giorno percorse e come trivellate da centinaia di bambini che, in nome di un'educazione “coranica” e in barba alle leggi in vigore, sono obbligati alla mendicanza sotto pena di digiuno e percosse. Questa violenza, banalizzata perché assunta come parte del paesaggio cittadino, diventa gradualmente invisibile salvo apparire sotto altre spoglie ai nuovi semafori di città. Appena installati, scandiscono inutili secondi di attesa e creano code di macchine prima inesistenti. Venditori di fazzoletti, giocattoli, piscine e anatre di plastica, guinzagli per cani, prodotti per smacchiare le zanzare, detersivi per l'auto e miriadi di pulitori di parabrezza, si moltiplicano in proporzione con la crisi economica che rende il settore ogni volta più informale. La violenza scompare quando il semaforo passa al verde e torna la normalità fino al rosso successivo.
La banalità della violenza si avvale di collaborazione anche in campo umanitario. Numeri, tabelle, cifre, centri, case, transiti, questionari, progetti, rafforzamento di capacità, occasionali rivolte di migranti e rifugiati... La verità è che nessun Paese dovrebbe aver bisogno di “eroi” umanitari. Bertold Brecth diceva «sfortunata la terra che ha bisogno di eroi». Da quest'idea discende la dichiarazione costituzionale dell'articolo 4, che ricorda che la sovranità appartiene al popolo del Niger. E ciò a cui abbiamo assistito, impotenti per la maggior parte del tempo e inconsapevoli spettatori per il resto, è stata la graduale e sistematica confisca della sovranità popolare. Cancellati i giovani, i contadini, le donne e, in generale i poveri, con la complicità esterna di chi finanzia una classe politica predatrice, non rimane che prendere atto della miseria nella quale il Paese è ormai da anni prigioniero. L'attualizzazione della “Pedagogia degli oppressi”, opera di Paulo Freire, potrebbe ridare il coraggio della dignità contro questa violenza “banalizzata”. E questo, qui come altrove, porta il nome di Resistenza.
Niamey, agosto 2020
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