L'infinito ricordo della Callas, icona di tutti
mercoledì 25 gennaio 2017
Si ragionava, la settimana scorsa, sul maxi-tomo Mille e una Callas (Quodlibet), ma ci sarebbero molte altre cose da dire su queste 640 pagine che condensano una ricerca promossa nel 2007 dall'Università di Roma Tre, integrata da altri contributi e testimonianze. La sezione “Ricordi” accoglie interventi di chi ha conosciuto la Callas da vicino: Alberto Arbasino, al quale si deve il titolo del maxi-tomo, il maestro Bruno Bartoletti, il regista Filippo Crivelli, il maestro Hans Werner Henze – che dice la cosa più perfetta sulla Callas: «Non cantava mai una nota senza darle un significato». Ciascuna nota, una per una: capito? –, l'attore Paolo Poli, il direttore d'orchestra Tullio Serafin che per primo intuì il potenziale della Callas, il costumista Piero Tosi, l'attrice e amica Franca Valeri, il critico musicale americano William Weaver, che non esita a dichiararsi fan callasiano fin dal 1949.
Tornando agli scritti della sezione “Corpo e voce”, un contributo particolare è quello di Marco Emanuele, sul «culto della diva e ricezione queer». Egli scrive che «(quasi) tutti i gay amano la Callas». E perché mai i gay non dovrebbero amarla come l'amano gli eterosessuali? Avvalendosi di bibliografia americana – ma quasi solo di un testo di Wayne Koestenbaum – Emanuele ragiona su com'è percepita l'arte callasiana nella comunità queer, cioè di chi «considera la sessualità e l'identità come prodotti storici, non immutabili, non universali». La domanda è: come mai a nessuno viene in mente di fare una ricerca sulla ricezione dell'arte callasiana nella popolazione eterosessuale, che oltretutto è di gran lunga la più numerosa? Il fatto è che la comunità queer tende a valutare anche l'arte «sub specie sexualitatis», con ciò autoghettizzandosi. Non a caso Emanuele individua nel senso di esclusione l'ammirazione queer per la Callas, dimenticando che se c'è una diva magari contestata ma che non è mai stata esclusa, questa è proprio la Callas. Molto interessante il contributo di Chiara Tommasi, “Espressionismo magico. Maria Callas e le arti figurative”. L'autrice passa in rassegna le case abitate dalla Callas, le sue preferenze pittoriche, la fedeltà alla “Madonnina del Cignaroli”, icona da viaggio che Meneghini le donò ancor prima del matrimonio e dalla quale Maria non si separò mai, neppure dopo la rottura col marito. Sono analizzati anche i ritratti della Callas, quelli fotografici con il celebre scatto di Cecil Beaton del 1957 che la ritrae col volto tra le mani, e quelli pittorici, fra i quali spicca il virtuosismo di Ulisse Sartini in tre quadri postumi: quello del Museo della Scala (1980), in cui la diva tiene fra le mani lo spartito della Medea con sopra una rosa; quello del 1992 per il Museo di Atene con una pagina della Traviata in cui si legge «Prendi, quest'è l'immagine»; quello del 2003, con la cantante che reca in grembo gli amati barboncini, donato dal fido maggiordomo Ferruccio Mezzadri alla Fenice di Venezia. L'intenso ritratto dell'austriaco Henry Koerner comparve sulla copertina del “Time” per l'esordio della Callas al Metropolitan nel 1956. Paola Bono passa in rassegna le molte biografie della Callas, spesso in forma di romanzo come si addice a «una vita romanzesca», fra le quali viene presa in considerazione anche quella di Alfonso Signorini, Troppo fiera, troppo fragile (2007), dalla quale pare si stia traendo un film. E Pasolini, «pur sottraendosi a un rapporto per lui troppo esigente e non volendo farle né da padre né da fratello, tuttavia – anche nell'ultima tenera poesia che le dedica – la chiama ancora una volta bambina». Il maxi-tomo è l'omaggio e il documento più importante per il quarto decennale della morte della Callas, e mi piace segnalare il più autorevole dei siti dedicati alla Callas, “The Maria Callas International Club”, a cura di Karl van Zoggel, che pubblica anche il “Maria Callas Magazine”.
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