giovedì 14 giugno 2018
Siamo negli ultimi giorni in cui è possibile visitare, negli splendidi Musei San Domenico a Forlì, la mostra "L'Eterno e il tempo tra Michelangelo e Caravaggio", coordinata, come avviene ormai da molti anni per le mostre forlivesi, da quell'intellettuale di razza che è Gianfranco Brunelli. Ne vale davvero la pena, perché essa ci restituisce l'essenziale di un periodo storico, quello delle due Riforme, la protestante e la cattolica, denso di contrasti e di contraddizioni, e perciò straordinariamente vicino alla nostra sensibilità. Attraverso le polarità dei due Michelangelo, il Buonarroti e il da Caravaggio, si coglie quella tensione tra cielo e terra (tra l'Eterno e il tempo) che, nel primo artista, si risolve con la celebrazione della bellezza prima umana e poi umano-divina, e, nel secondo – sono parole dello stesso Brunelli –, prende le forme di una «umanità reale, intrisa di peccato, scalza e sporca», che «bussa alle porte del cielo».
La mostra consente plurime letture trasversali, che permettono al visitatore di verificare, ad esempio, l'evoluzione del sentimento religioso a partire dalla diversità degli stili delle “pietà” o delle “deposizioni”, connessa all'evoluzione della pietà popolare (tema su cui restano fondamentali gli scritti di Paolo Prodi, alla cui memoria, insieme a quella di Federico Zeri, la mostra è dedicata). Segnalo un altro di questi possibili fili rossi: emergono situazioni nelle quali gli artisti cinquecenteschi hanno finito per spiazzare la committenza, sia essa politica o politico-religiosa, presentando un prodotto in qualche misura differente rispetto all'intenzione e agli obiettivi del committente, ancorché “formalmente” rispondente ad essi. Se riflettiamo sulla circostanza che pittori e scultori costituivano, all'epoca, un segmento importante del mondo intellettuale, e in particolare di quella parte di esso che aveva stretti rapporti con il potere politico, ne emerge una relazione non appiattita tra l'intellettuale e il potere. L'artista immette la propria idea di giustizia, il proprio modo di connettere l'Eterno e il tempo.
Si tratta di un'indicazione che è bene tenere presente anche oggi, specie in queste settimane nelle quali si vanno organizzando gli staff governativi e dunque riproponendo forme di collaborazione tra tecnici – dunque tra intellettuali in senso lato – e mondo politico-istituzionale. Fermo restando il dovere di corretta e leale esecuzione degli indirizzi politici connesso alla natura di tali incarichi e al loro carattere fiduciario, ai titolari degli uffici di diretta collaborazione è forse possibile chiedere qualche cosa di più, e cioè amore di verità e capacità di rappresentare agli interlocutori istituzionali, se necessario “spiazzandoli”, una propria lettura del rapporto tra l'interesse permanente della collettività e delle persone (l'Eterno, in una prospettiva da credenti) e il tempo.
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