martedì 14 gennaio 2020
Il verbo latino invenire, come il nostro "scoprire", ha un duplice valore e orientamento. Significa "trovare", vale a dire recuperare il passato, la memoria, la storia: il notum che abbiamo lasciato alle spalle, sotterrato e dimenticato; e significa, altresì, "inventare", vale adire costruire nuovi stili di vita, nuovi modelli, nuovi modi di stare al mondo: il novum, "il mai visto", "il mai udito", "il mai sperimentato". Nell'antica Roma, dove vigeva il culto per la tradizione e per l'insegnamento dei padri (mos maiorum), tutto ciò che era novum creava incomprensione, sospetto, ostilità: come le res novae, "la rivoluzione" di Lucrezio, che sarà osteggiata in ogni modo; come l'homo novus, che, non avendo precedenti politici illustri, farà fatica ad affermarsi e conoscerà la rovina; come la religio nova dei cristiani che saranno perseguitati. Dimidiati da manicheismi filosofici e religiosi, sedotti ora da feticci del passato ora da illusioni futuristiche, sconfitti da ideologie fallimentari di cui portiamo ancora le ustioni, noi oggi dovremmo aver appreso un'altra lezione: quella di confrontare e coniugare il notum dei classici, dei padri e dei maestri con il novum dei contemporanei, dei figli, degli allievi. Il miracolo del positivo conosce la legge dell'et et, la banalità del negativo quella dell'aut aut.
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