Il politicamente scorretto del giornalista George Orwell
mercoledì 14 aprile 2021
George Orwell (1903-1950) non è solo La fattoria degli animali e 1984: dalla sua attività giornalistica, da vero leader d'opinione, l'editore Gog ha scelto alcuni interventi, pubblicati tra il 1941 e il 1948, confezionando il piccolo e sapido libro intitolato Tutta l'arte è propaganda! (traduzione di Loris Pasinato, pagine 128, euro 12). Il 29 maggio 1941, Orwell scriveva: «Questo periodo di circa dieci anni in cui la letteratura, e persino la poesia, si mescolavano con gli opuscoli di propaganda, ha favorito ampiamente la critica letteraria, perché ha distrutto l'illusione del puro estetismo. Ci ha ricordato che la propaganda, in un modo o nell'altro, si nasconde in ogni libro, che ogni opera d'arte ha un significato e uno scopo - politico, sociale o religioso - e che i nostri giudizi estetici sono sempre carichi dei nostri pregiudizi e delle nostre credenze. Ha sfatato il mito dell'arte per l'arte, ma ci ha anche condotto, per il momento, in un vicolo cieco, perché ha persuaso innumerevoli giovani scrittori a cercare di vincolare il proprio pensiero a una dottrina politica che avrebbe reso certamente impossibile l'onestà intellettuale». Orwell si scaglia contro quel tipo di totalitarismo che oggi chiamiamo "il politicamente corretto". Perfetta la distinzione fra "nazionalismo" e "patriottismo": «Un nazionalista è colui che pensa esclusivamente o principalmente, in termini di prestigio competitivo. Il Nazionalismo è fame di potere mitigata dall'autoinganno». Il patriottismo, invece, «è la devozione per un determinato luogo e per un certo modo di vivere che si reputa essere il migliore del mondo, senza tuttavia volerlo imporre agli altri». Ce n'è anche per il pacifismo: «I pacifisti, in gran parte, sono semplicemente dei filantropi che si oppongono alla vita così com'è, senza andare oltre. Ma esiste una minoranza di intellettuali pacifisti le cui vere, ma inconfessate motivazioni, sono l'odio per la democrazia occidentale e l'ammirazione per il totalitarismo. Tutto sommato, non è difficile ritenere che il pacifismo, così come appare in una parte dell'intellighenzia, sia segretamente ispirato da un'ammirazione per il potere e per la crudeltà». E ancora: «Coloro che "abiurano" la violenza possono farlo solo perché altri stanno commettendo violenza per loro conto». Così scriveva Orwell nel maggio 1945. Dove trovare, oggi, un autore altrettanto politicamente scorretto? Non dico, banalmente, che le sue considerazioni sono attuali: la domanda è: Perché sono attuali? Lo sono perché attingono ai valori della civiltà occidentale, condivisi perché hanno saputo giungere alla profondità del reale così com'è, incentrati sulla persona (non sull'"individuo") come nodo connettivo della rete di relazioni che compongono il tessuto sociale. A parte alcune punzecchiature alla Chiesa cattolica, che denotano mancanza di conoscenza di ciò che la Chiesa, il piccolo libro è prezioso per il richiamo alla priorità del pensiero rispetto alle esigenze della prassi.
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