Il pastore d’Abruzzo
sabato 2 marzo 2024
Nel mezzo della campagna abruzzese mi si era fermata l’auto. Stava venendo buio. In collina, le luci di una cascina. Una vecchia cascina con la stalla, e odore di letame. Lo aspirai, mi sembrò dolce e arcanamente familiare. L’anziana padrona mi fece entrare senza alcuna diffidenza. Aveva i capelli bianchi stretti in uno chignon, come non ne vedevo da anni. La cucina era calda e accogliente, qualcosa di buono bolliva lento sul fuoco. «Si accomodi», disse la signora. Mi guardai attorno: una vecchia tv, una radio anni ΄50. Una bilancia a stadera. Meraviglia: mi pareva di essere indietreggiata nel tempo, in quella cascina sperduta. Entrò il figlio, già invecchiato dalla fatica, gli occhi chiari. Mucche, pecore, polli, la vigna, l’orto, tutto da solo, mi raccontò, versandomi un bicchiere di rosso. Sveglia alle quattro, nei campi fino a notte. In lontananza si vedevano gli aerei che decollavano dall’aeroporto di Pescara. «Ha mai volato?» chiesi. Lo sbalordimento che si disegnò sulla sua faccia crepata dal sole: «Volare? Andare in vacanza? E chi mi tiene le bestie? Chi le munge all’alba?». Ero tornata indietro di un evo: quando si sgobbava duro fra vigna e stalla, e la villeggiatura era roba per ricchi. I low cost per Vienna e Parigi continuavano a decollare all’orizzonte. Gli occhi limpidi di quel contadino rimasti intatti, mentre il mondo correva. © riproduzione riservata
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