domenica 5 novembre 2017
Sulla strada che portava al villaggio – casette dai tetti spioventi fatte di pietre appuntite – un uomo giaceva disteso. Il suo corpo era crivellato di ferite, probabilmente era stato lapidato con piccoli sassi taglienti. Il viso portava i segni di colpi contundenti e misurati: non colava sangue, ma due edemi riducevano gli occhi a fessure, come se stesse guardando il sole in faccia. Emetteva strani gemiti. Era probabilmente a causa del suo fortissimo dolore.
Mi volsi verso fratel Ugo con aria interrogativa. Com'era possibile che quel povero uomo fosse stato abbandonato così vicino alle abitazioni, senza nessun aiuto? Non ebbi nessuna esitazione su quel che dovevo fare. Guardai quel disgraziato con immensa compassione, presi la nostra cassetta di pronto soccorso e mi inginocchiai vicino a lui. Ero il Buon Samaritano. Ero quello che si fermava a prendersi cura del suo prossimo ferito, mentre gli altri continuavano per la loro strada, ciechi, indifferenti…
Fratel Ugo, mi pose sulla spalla una mano che simulava benevolenza: Ma non mi avevi parlato di inculturazione? sibilò. Evidentemente quest'uomo è stato punito dai suoi concittadini. Forse è un criminale notorio. Se cominciamo col portargli assistenza mentre subisce una giusta punizione, trasgrediamo le leggi di questa etnia, e sarebbe un pessimo esordio.
Era l'intelligenza a renderlo perspicace o il bisogno di contrariarmi? Gli risposi come un vero discepolo del Vangelo – o forse come il demonio delle tentazioni nel deserto – citandogli le Scritture: Non sta forse scritto che un sacerdote scendeva per quella stessa strada e, veduto quell'uomo, passò oltre, dall'altra parte? Gesù non condanna quel prete insensibile? La parabola non è abbastanza chiara?
- È una parabola - riprese a mezza voce -. E dunque non è così chiara. Esige un'interpretazione.
- Non è chiara? - feci io in un'esclamazione che mi sforzai di trattenere nel tono del bisbiglio -. Libero tu di essere come quel prete senza cuore, se così ti pare, io sono il Samaritano.
- Al tuo posto, non ne sarei così sicuro. Forse sei proprio il prete che fa tutto secondo un ideale, senza tener ben conto della realtà della situazione.
- Non ti rendi conto del ridicolo in cui ti metti, anzi in cui ci metti! Mi parli della simbologia del fuoco mentre c'è un incendio! Vuoi fare un dibattito esegetico mentre questo poveraccio ha bisogno di cure urgenti!
- Non credo che desideri così tanto le tue cure…
Non l'ascoltavo più. L'uomo gemeva sempre. La carità mi premeva. Aprii la piccola cassetta che era sfuggita alla razzia della nostra guida. Ne estrassi una pomata disinfettante e cicatrizzante. Avevo appena cominciato ad applicarne un po' sul suo avambraccio e il mio paziente si mise a urlare e - dovevo ammetterlo anche se non comprendevo distintamente le sue parole - stava urlando di rabbia, una rabbia tale che le fessure dei suoi occhi si aprirono per lanciarmi uno sguardo tremendamente ostile. Si indignava della mia bontà.
Presto accorsero persone dal villaggio: - Che ti avevo detto? Mi disse fratel Ugo con un piacere così maligno da avere la meglio sui suoi timori.
Eravamo adesso circondati da dieci persone. Apparentemente avevo fatto qualcosa di male cercando di soccorrere il mio fratello nella sventura. Non perché fosse un criminale che subiva il suo castigo. Ma, come mi avrebbero spiegato più tardi, perché era la sua festa. Soltanto certe persone avevano il diritto, in quella circostanza, di portargli soccorso.
Eravamo capitati in mezzo ai Mongri. Non direi che si tratti di un popolo sadomasochista, anche se la questione di cosa possa fare il Buon Samaritano tra i sadomasochisti fornisce una chiave di lettura per capire il nostro imbarazzo. Supplicai fratel Ugo di non parlar loro della Croce di Cristo - in nessun caso. Ci avrebbero trovato una devozione un po' troppo di loro gusto. Si sarebbero certamente crocifissi a vicenda con grande piacere.
Il fatto è che i Mongri amano farsi del male per poi potere meglio consolarsi a vicenda. Come se sia necessario battere alla porta del viso affinché questo si possa aprire. O che la sola relazione veramente umana sia quella tra aggressore pentito e vittima indulgente. Così, quando si salutano, non si stringono la mano e neppure si baciano. Si assestano due sonori ceffoni in faccia (porgere l'altra guancia è per loro molto naturale); e poi si coccolano, si chiedono perdono, si spalmano unguenti: «Poverino, devo averti fatto male, sono sinceramente dispiaciuto… E io allora! Non avrei dovuto rispondere così forte!». Si commuovono quasi fino alle lacrime, perché ogni volta si rivive l'avvenimento della riconciliazione. Non ci si pensa abbastanza, ma, per riconciliarsi, bisogna prima esser stati nemici. La riconciliazione è anche più viva quando si è stati sul punto di uccidersi a vicenda.
Avevo scambiato per un atto di violenza quello che era lo svolgimento di un rituale. L'uomo che giaceva all'entrata del villaggio festeggiava i suoi 33 anni. A quell'età si ha diritto a questo regalo: essere lapidato da amici e familiari, lasciato tutta la notte fuori, per godere l'indomani mattina di attenzioni di squisita delicatezza, con ogni membro della famiglia che riconosce i suoi torti e si dichiara degno di un supplizio più crudele. In una scena molto commovente, il festeggiato può allora atteggiarsi a pura vittima che si degna di fare misericordia a tutti i suoi.
Ebbi la sgradevole sensazione che i Mongri fossero già stati evangelizzati in un epoca lontana, molto lontana. La Buona Novella aveva avuto tutto il tempo di subire qualche deformazione.
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