venerdì 1 febbraio 2008
C'era una volta il Seminatore d'Oro. Era il premio annualmente destinato al "mister" che s'era messo in particolare evidenza durante la stagione, magari - magari! - lanciando qualche giovane pedatore di qualità. La giuria molto autorevole si riuniva a Roma e l'appuntamento che ci permetteva (allora) di scrivere paginate sui personaggi designati e le loro virtù. Erano tempi di fatti, non di chiacchiere, e i tecnici - direi per tutti Bernardini, primo vincitore nel '56, e Rocco - tenevano il centro della scena suggerendo interessanti dibattiti calcistici in chiave tecnica e non solo. Memorabili, per farsene un'idea, le conversazioni di Brera - sottratta la parte enologica, peraltro gustosissima - con paron Nereo Rocco, circolanti nottetempo in tivù. Concetti, non numeri, come usa oggi.
Il preambolo mi serve a introdurre quella che, a mio avviso, è la virtù massima dei "mister", ovvero scoprire talenti, e a presentarvi il mio personale Seminatore 2008: Roberto Mancini che ha sicuramente seminato molto oro morattiano ma ci ha anche dato Mario Balotelli. L'entusiasmo scaturito dalla splendida esibizione del 17enne siculo-lumbard-ganese contro la Juve, con due gol di ottima fattura, fa giustizia di molte critiche rivolte all'amarissimo "Mancio", mercoledì sera illuminato dalla bravura del suo giovanottone subito entrato in ideale rotta di collisione con il dirimpettaio rossonero Pato. Mario - un italiano vero, un italiano nero, sicchè capace di colpire forte l'immaginario collettivo - ha goduto della fiducia del tecnico fin dall'estate scorsa, quando fu buttato nella mischia a Madrid, contro il Real, in una sfortunata anichevole, eppoi finalmente consegnato alla stagione agonistica prima con la doppietta segnata alla Reggina e l'impietoso entusiasmante uno-due sferrato alla Juventus: l'ho visto rubar palla a Del Piero e finire la partita in difesa.
Una bella storia che, quando esce dal campo e va nel privato, ricorda felici pagine deamicisiane che si vorrebbero cancellate dal progresso e in realtà costituiscono la prima ricchezza della favola calcistica. E grazie Mancio per non averlo trovato sulla luna, Balotelli, ma a Lumezzane.
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