Fede da trasmettere nel dialetto di famiglia
sabato 19 gennaio 2019
Ogni gruppo ha un suo linguaggio. Fatto di codici suoi propri, gesti, parole, sguardi… Un linguaggio che unisce in modo esclusivo chi di quel gruppo fa parte, un gergo, un dialetto. Anche la famiglia è uno di questi gruppi, anzi "il gruppo" per eccellenza: perché il primo, il più viscerale, quello in cui si sviluppano e si radicano le basi dell'esistenza. In cui le nozioni, le conoscenze, ogni patrimonio culturale e umano si tramanda da una generazione all'altra. Anche, anzi innanzitutto, la fede. Perché «sì, qualcuno può dirmi: "Sì, sì, devono studiarla...". Sì, quando andranno al catechismo studieranno bene la fede, impareranno la catechesi. Ma prima che studiata, la fede va trasmessa, e questo è un lavoro che tocca a voi. È un compito che voi oggi ricevete: trasmettere la fede, la trasmissione della fede. E questo si fa a casa». Perché «la fede sempre va trasmessa "in dialetto": il dialetto della famiglia, il dialetto della casa, nel clima della casa».
Domenica scorsa, battezzando nella Cappella sistina ventisette neonati, così papa Francesco ha invitato padri e madri a eseguire nel migliore dei modi il loro compito di trasmettere la fede. A partire, appunto, da quel dialetto che sta nel nostro Dna, che meglio di qualunque altra cosa può consentire al dono ricevuto con il battesimo, il dono della fede, di «svilupparsi... crescere». Così, ha ripetuto ai genitori, questo è «il vostro compito: trasmettere la fede con l'esempio, con le parole, insegnando a fare il segno della Croce. Questo è importante. Vedete, ci sono bambini che non sanno farsi il segno della Croce. "Fai il segno della Croce": e fanno una cosa così, che non si capisce cosa sia. Per prima cosa, insegnate loro questo». Ma soprattutto
l'importante è «trasmettere la fede con la vostra vita di fede: che vedano l'amore dei coniugi, che vedano la pace della casa, che vedano che Gesù è lì».
Già lo scorso maggio, in una delle consuete messe a Santa Marta, aveva messo in evidenza come trasmettere la fede non vuol dire «fare proselitismo», «cercare gente che appoggi questa squadra di calcio» o «questo centro culturale», ma testimoniare con amore. «La fede – disse in quella occasione – non è soltanto la recita del "Credo", ma si esprime in esso. Trasmettere la fede non è dare informazioni, ma fondare un cuore, fondare un cuore nella fede in Gesù Cristo». Per questo «trasmettere la fede non si può fare meccanicamente: "Ma, prendi questo libretto, studialo e poi ti battezzo". No. È un altro il cammino per trasmettere la fede: trasmettere quello che noi abbiamo ricevuto. E questa è la sfida di un cristiano: essere fecondo nella trasmissione della fede. E anche è la sfida della Chiesa: essere madre feconda, partorire dei figli nella fede».
Così dunque, aggiungeva, «trasmettere la fede non è fare proselitismo, è un'altra cosa, è più grande ancora. Non è cercare gente che appoggi questa squadra di calcio, questo club, questo centro culturale; questo sta bene ma per la fede non va il proselitismo. Bene lo ha detto Benedetto XVI: "La Chiesa cresce non per proselitismo ma per attrazione". La fede si trasmette, ma per attrazione, cioè per testimonianza». Il che vuol dire testimoniare nella vita di tutti i giorni quello in cui si crede, quello che ci rende giusti "agli occhi di Dio", suscitando curiosità in quanti ci circondano. È questo alla fine il compito affidato ai credenti: quella testimonianza che provoca curiosità nel cuore dell'altro e apre la strada all'azione dello Spirito Santo. E se non dalla famiglia, dal suo "dialetto", da dove può ragionevolmente partire tutto questo?
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