Le fake news e l'algoritmo della credibilità
venerdì 3 febbraio 2017

Negli ultimi sei mesi, Facebook ha cambiato quattro volte l'«algoritmo» che governa di fatto ciò che vedono gli utenti del social più usato del mondo. L'ultima il 30 gennaio. E le ultime due volte l'ha fatto per «contrastare le fake news», cioè le «notizie false».
Pochi giorni prima, Google aveva annunciato di avere rimosso 1,7 miliardi di annunci pubblicitari ingannevoli. A essere «bannati» sono stati anche alcuni blogger, che hanno gridato alla censura.
Che le «fake news» e la «post verità» siano un problema è ormai chiaro a tutti. Al punto che anche ieri nella sede della Federazione degli Editori a Roma è stato chiesto al Governo di farsi «promotore di un tavolo di consultazione tra tutti gli operatori della filiera di produzione e distribuzione delle notizie e dei contenuti in Rete, per definire insieme una serie di linee guida finalizzate ad arginare le fake news e a valorizzare l'informazione di qualità».
Il problema indubbiamente esiste, ed è serio. Ma quanto è grande? Secondo il magazine Columbia Journalism Review, solo l'8% del traffico ai siti d'informazione degli Stati Uniti va a siti di bufale (e la percentuale europea non sarebbe molto diversa). Ciò che rende molto più grande e pericoloso il fenomeno sono sostanzialmente due ragioni. La prima è che anche alcuni siti d'informazione (anzi, di «pseudo informazione»), a volte, spacciano «fake news». La seconda è che Facebook tende a premiare (aumentandone la diffusione) i post che creano più dibattito, attirano più clic e generano più condivisioni. E spesso sono quelli che contengono «notizie false».
Adesso il social di Zuckerberg ha promesso che metterà sotto «controllo speciale» le pagine che creano contenuti simili. Ma non ha fatto sapere che cosa accadrà esattamente agli «spacciatori» di odio e falsità. E tantomeno cosa farà se un'azienda deciderà di pagare Facebook per aumentare la visibilità di quei post. Rinuncerà ai soldi?
Messa così sembra che il problema sia soprattutto legato al mondo digitale. E che riguardi soltanto colossi come Facebook e Google che molti vorrebbero avessero «le stesse responsabilità degli editori». Peccato che le «fake news» esistano da secoli, solo che prima si chiamavano «calunnie» e «maldicenze»: i social semmai le hanno rese solo più amplificate e semplici da raggiungere
Per risolvere questa vicenda, più che sperare in un algoritmo che censuri tutte i «contenuti negativi», dobbiamo puntare sull'educazione. Dobbiamo educare ed educarci. Innanzitutto nella nostra capacità di confronto con gli altri e nelle scelte che facciamo. Ogni giorno. In ogni clic o azione. Digitale come reale.
Come ha detto Carlo Verdelli al recente incontro col cardinale Scola in occasione della giornata del patrono dei giornalisti, «il vero argine alla valanga delle post-verità è un'opera collettiva, realizzata facendo ciascuno la propria parte, mettendo a punto un brevetto universale da applicare ai nostri articoli, ai nostri servizi, ai nostri siti, ai nostri giornali. Lo chiamerei: l'algoritmo della credibilità».
Personalmente proporrei un passo in più. E cioè che «l'algoritmo della credibilità» venisse esteso a tutti. Per salvarci non bastano giornali e giornalisti credibili, occorrono anche e soprattutto lettori e persone credibili.

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