venerdì 3 gennaio 2003
Dio si stanca dei grandi regni, mai dei piccoli fiori. Solo un verso è quello che oggi propongo. È il verso di un poeta popolare in Occidente, nonostante sia stato un indiano di Calcutta, Tagore (1861-1941), il cantore gioioso dell'Assoluto presente sulla strada invisibile dell'intuizione e nella via visibile della natura. Mi sono imbattuto in queste poche parole leggendo un delizioso libretto di un amico sacerdote, Luigi Pozzoli, intitolato Elogio della piccolezza (Paoline). In un'epoca in cui si ama l'eccesso, l'ostentazione, persino la demagogia, in un tempo in cui è il "fortissimo" a dominare nella musica delle discoteche, è provocatorio celebrare, ammirare, esaltare la piccolezza, l'abbassamento, la semplicità, il "pianissimo". In un antico testo apocrifo egizio Cristo parlava così: «Io divenni piccolo perché attraverso la mia piccolezza potessi portarvi in alto donde siete caduti" Io vi porterò sulle mie spalle». È questo il senso intimo del Natale. Scrive Pozzoli: «Nell'incarnarsi di un Dio bambino, che poi prenderà le fattezze di un servo, avviene qualcosa che sommuove tutte le gerarchie umane: Dio viene a incrociare e a sentire come parte di se stesso tutti i piccoli della terra: i bambini, i malati, gli emarginati, gli impuri come i pubblicani, gli eretici come i samaritani, i senza patria, i senza nome, i senza voce». Sì, Dio si stanca dell'enfasi del fariseo, della boria del potente, dell'altezzosità del giusto ipocrita. Mai si stanca del piccolo fiore nascosto tra l'erba alta o sotto gli alberi maestosi. Egli «provvede il cibo ai piccoli del corvo che gridano a lui» (Salmo 147, 9).



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