Davis, l'utopia “esperanta” del pilota di Hiroshima
venerdì 18 settembre 2020
Trovo in una densa raccolta di scritti di Albert Camus uscita in questi giorni per Bompiani (Conferenze e discorsi 1937-1958) un testo del 1948, una sorta di auto-intervista pubblica stimolata da un comitato a cui Camus aveva immediatamente aderito, a sostegno di un giovane americano, Garry Davis che aveva chiesto di intervenire a un'assemblea generale dell'Onu che si teneva a Parigi. Davis, ex pilota anzi bombardiere, è stato uno degli idoli della mia e di tante gioventù del dopoguerra, più tardi insieme a un altro pilota statunitense, Claude Eatherly, dichiarato malato di mente perché ossessionato dal pensiero di aver causato la morte di migliaia e migliaia di persone. Di Eatherly si occupò un grande filosofo, Gunther Anders, e pubblicò la loro corrispondenza col titolo di Il pilota di Hiroshima (in Italia presso Einaudi e più tardi per Linea d'ombra). Garry Davis fu figura più controversa, difesa da Camus, da Einstein e da tanti altri, che a guerra finita si inventò (e se lo fabbricò da sé) un passaporto mondiale, non riconoscendo le frontiere esistenti. Volendo passare con quel passaporto da un Paese a un altro, fu più volte fermato, arrestato, respinto... I 60 milioni di morti della seconda guerra mondiale, cinquanta in più che nella prima per il coinvolgimento dei civili, non erano serviti a niente e anche per l'Onu la Dichiarazione dei diritti dell'uomo è ancora molto pubblicizzata, ma resta perlopiù sulla carta, incidendo ben poco sulla realtà. Il testo di Camus dichiara un'immediata simpatia per Davis e la sua ostinata e individuale battaglia, anche se non riesce a diventare collettiva e di massa, ed è osteggiata e irrisa da destra come da sinistra. In questa battaglia vediamo oggi un individualismo ostinato, un utopismo forse ingenuo ma commovente, e istruttivo. Leggemmo a suo tempo un libro di Davis tradotto in italiano (da Garzanti?) che si chiamava Il mio paese è il mondo, e ci piacque perché molti di noi che la guerra l'avevano vista e sofferta da bambini, vi trovammo un messaggio pacifista e universalista, il rifiuto delle frontiere e anche, come accadeva con l'azione di un altro grande dimenticato, l'oculista polacco Ludwik Zamenhof che alla fine dell'800 aveva inventato una lingua universale, l'esperanto, un afflato umanista che non escludeva nessuno e che "tutti in sé" vuol sognare e vedere "confederati". Garry Davis ci faceva pensare a certi personaggi dei film di Capra, gli ingenui bietoloni idealisti interpretati da Gary Cooper o da James Stewart, e anche per questo ci piaceva. Un ingenuo, certo, che non è riuscito infine a combinare granché, ma il cui sogno di un "passaporto mondiale" dovremmo continuare a portarcelo in petto, e di conseguenza, lottando...
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