giovedì 29 giugno 2023
Phoenix, capitale dell’Arizona, compare improvvisa dopo ore di guida nel vuoto coi grattacieli della downtown come spuntoni di vetro in mezzo al deserto. È una città imprendibile, informatica e muscolare, di quasi cento chilometri, totalmente decentrata. Un agglomerato di quartieri satelliti legati fra loro dalle freeways: Sun City, Peoria, Glendale, Scottsdale, Tempe, Mesa, Chandler, Gilbert, Apache Junction e tante altre. In un posto così il singolo punto di riferimento (hotel, ristorante, ipermercato, ritrovo, ufficio) assume rilievo autonomo. Il cuore elettrico di Phoenix, che visitai da ragazzo e i cui fondali ho riconosciuto tanti anni dopo nelle serie televisive più note, batte forte nell’aeroporto internazionale Sky Harbor, costruito in pieno centro urbano: i velivoli decollano e atterrano in continuazione, a coppie di due, uno a est, l’altro a ovest, nei pressi della ventiquattresima strada, come vecchi calabroni intontiti anche loro dal caldo asfissiante. Ci sono pochi autobus. Per strada s’incontrano vecchiette tutto pepe al volante di formidabili pick-up; madri e figlie che sostano sul marciapiedi a cinquanta gradi all’ombra in attesa di non si sa cosa. Ma prima di loro c’erano gli Indiani. È una terra violata dove l’America continua a nascondere i suoi scheletri. © riproduzione riservata
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